Qualcosa sui bottoni - parte primadi Marina Petruzio
24 Febbraio 2025
Il bottone è un accessorio tra i più comuni la cui utilità è indiscutibile, la sua introduzione è stata una vera rivoluzione. Da secoli risponde a due funzioni: di chiusura e decorativa. È generalmente piccolo, tondo e piatto, a due o quattro fori nella maggior parte delle sue applicazioni.
Lo incontriamo sin dal primo mattino togliendoci il pigiama, allacciando il polsino di una camicia, chiudendo la vita di un pantalone. Infilando qualcosa nel taschino interno della giacca o del cappotto lo assicuriamo allacciando bottone ad asola, eppure in pochi sapremmo dire il colore o il materiale di quei bottoni che abbottoniamo, sbottoniamo, tocchiamo ogni giorno.
Occhi e mano collaborano nell’atto dell’allacciare, ma è la mano sapiente che con determinazione sospinge il bottone nella sua asola per farlo riemergere dall’altra parte; come un piccolo germoglio che spinge per uscire alla luce, il riferimento botanico non è casuale perché intrinseco nella parola bottone, nel suo significato, come si potrà vedere più avanti.
Succede, di tanto in tanto, che la mano valuti male e allacci un bottone all’asola sbagliata ma se l’effetto asimmetrico non è quello studiato per quel capo occorre slacciare, separare asola da bottone e ricominciare. È generalmente in questi casi dove nervosismo e fretta hanno la meglio che un bottone inevitabilmente inizia a ballare, espressione di uso comune che indica una maggiore lentezza del filo che lega il bottone al tessuto e la conseguente maggior mobilità dello stesso, per poi staccarsi.
Nelle storie dedicate all’infanzia il bottone che si separa da un capo prima balla, poi cade e poi inevitabilmente si perde. Rotola e rotolando intraprende un viaggio fantastico in mondi tutti da scoprire, regalandogli finalmente la libertà di scegliere dove andare invece di essere sempre portato in giro da una camicia, un cappotto o una giacca, e soprattutto regalandogli l’indipendenza per farlo (vi si potrebbe quasi leggere una metafora sull’infanzia), come nel caso di Botoncito|Little Button di Yoko Ogawa illustrato da Chiaki Okada.
Il filo che lega Botoncito alla camicia di Anna, un giorno, all’improvviso, si rompe e Botoncito rotola via lasciando disperato Ojalito, l’occhiello, fino a quel momento amico inseparabile, e sguarnita la camicetta migliore di Anna, quella delle occasioni speciali, la preferita. Botoncito rotola dietro la cassettiera della camera, il suo viaggio non è lungo, la soglia invisibile che lo separa dalla sua vita di sempre, per farlo entrare in un mondo parallelo, è lì poco distante, ma è oltrepassandola che il viaggio vero ha inizio con l’incontro di vecchi e conosciuti giocattoli e indumenti, nel ricordo di tanti momenti passati insieme.
In Button di Sara Fanelli, il viaggio che intraprende un grande bottone rosso a quattro fori, saltato via dalla lunga giacca verde di un signore dal gusto un po’ retrò, è di tutt’altro genere. Avventuroso, Button si trova a vivere situazioni incredibili per un bottone. Prima diventa un cerchio nelle mani di una bambina che con la sua bacchetta lo fa correre sino a una fattoria dove il fattore lo usa come ruota per il suo carro, sembra fatto apposta! Poi lo trova un Lupo che lo usa come se fosse un piatto, bello e rotondo come è sembra proprio adatto! Tre porcellini lo useranno come segna vento mettendolo sul tetto della loro casa in mattoni; una lumaca se lo porterà sul dorso come una casa sino a quando non incontrerà quel signore dallo strano abbigliamento che gira con una lente di ingrandimento a cercare il suo bottone rotolato via. Chiuso il cerchio la storia può ricominciare!
Certamente il bottone rosso lontano dalla giacca verde ha fatto molta strada, provato molte emozioni e fatte altrettante esperienze ,ma altrettanto sicuramente ricucito sulla marsina del signore, ha ritrovato il suo posto e il piacere di essere portato in giro! (recensione qui)
La vera storia del bottone, l’origine e il significato della parola sono, come spesso succede per tutti i componenti del nostro guardaroba, pezzi base, dettagli e accessori, pressoché sconosciuti ai più. Questa vuole essere solo una breve storia, divisa in alcune parti, una storia che una sera ho raccontato durante un incontro in un circolo di studio invitata a portare un mio intervento.
dal vocabolario Treccani
Bottone s. m. [dal francese antico bouton “germoglio, bocciolo, bottone”, derivato da bouter “colpire, buttare, germogliare”]
Dischetto, di varie dimensioni e di materiale diverso (legno, madreperla, metallo, osso, materia plastica, e altro), che infilato nell’asola, o nell’occhiello, serve a unire due lembi di un indumento e, un tempo, di una scarpa; talvolta ha solo funzione di ornamento; bottoni per giacca, per calzoni, per cappotto, per camici, bottoni automatici, bottoni gemelli;
attaccare, cucire un bottone;
attaccare un bottone a qualcuno, o attaccare bottone con qualcuno, trattenerlo con una conversazione lunga e noiosa (attaccabottoni).
Nel suo significato botanico il bottone è figurativamente un bocciolo ovvero qualcosa di piccolo e rotondo che spinge per emergere, un butto.
Il bottone nel suo essere convesso è una forma pronta a incontrare e collimare perfettamente con qualcosa di concavo, di vuoto, occhiello o asola che sia dove è spinto per emergere.
Asola è una parola femminile che deriva dal tardo latino e significa “ansula” diminutivo di “ansa” ovvero dove si adatta il bottone, parola maschile.
Parlare di bottoni significa inevitabilmente parlare di tessuto, di indumenti, di moda in quanto piccolo accessorio prezioso, a prescindere dal materiale dal quale è composto, che nei secoli ha svolto un’importante mansione e che ha sollecitato la fantasia creativa di molti artigiani, orafi, designer.
È parlare inevitabilmente di femminile e maschile, di tradizioni e credenze: regalare un bottone alle persone a cui si vuole bene si dice porti loro fortuna; offrirne uno a una persona che si ritiene importante nella propria vita rappresenta la volontà di volerle restare vicini nonostante le distanze o la diversità, considerando simbolicamente la sua funzione primaria cioè quella di unire due parti altrimenti separate, distanti.
Così piccolo e a volte prezioso può essere ritenuto un pegno d’amicizia e d’amore: durante la guerra i soldati che partivano per il fronte li staccavano dalla propria divisa o dal cappotto per lasciarli alla mamma, alle sorelle, alla fidanzata, in ricordo. Trovarne uno significa trovare a breve una nuova amicizia, o comunque poterci sperare.
Affrancarne uno ricoperto in raso nero o in lucido jaietto sul colletto della camicia, sul revers della giacca o su un vestito, come se fosse una spilla, significa essere ancora in lutto.
Per brevità si data la sua comparsa in quel periodo brulicante di uomini e invenzioni che è stato il Medioevo, che ha visto gli albori di molti oggetti ancora oggi di uso quotidiano.
Tra guerre e gran clangore, l’uomo medievale aveva superato evidenti problemi evolutivi, era abbastanza sapiens ed eretto, e per quanto le condizioni climatiche non fossero ancora cosa da sottovalutare, era passato anche il tempo delle glaciazioni e poteva quindi affrontare la vita con relativa serenità e molta inventiva.
Senza essere ancora l’accessorio che poi diventerà dal XIII e XIV secolo in avanti sino alla nostra contemporaneità, primordiali bottoni fanno la loro comparsa con i primi rudimenti di vestiario 170.000 anni or sono nel medio e tardo Pleistocene. Non sapremo mai con precisione come e quando l’uomo e la donna di quel periodo, ormai privi di vello, abbiano sentito l’esigenza o provato casualmente e con successo a intrecciare o legare degli steli secchi per infilarli poi all’interno dell’asola naturale lasciata dall’orbita dell’occhio dell’animale cacciato, o per farli passare dalla ferita della loro arma, allo scopo di accomodare pelle e pelo in modo più stabile attorno al proprio corpo e capire successivamente che il mondo circostante offriva bottoni meno fragili sotto forma di spine vegetali, lische di pesce, schegge di ossi, punte di corna, rami, conchiglie o banalmente piccoli sassi oppure semi.
Un’altra piccola ma significativa rivoluzione nel divenire dell’uomo e del suo abito.
Un cappotto piccolo piccolo, di Joy Cowley illustrato da Giselle Clarkson, è la storia semplice di una donnina molto piccola giunta chissà da dove, che si ritrova in un ambiente spoglio, poco popolato, quasi primordiale, dove tutto quello che la circonda è molto più grande di lei. La donnina ha freddo, è inverno, il cielo si sta coprendo di nubi minacciose e lei vorrebbe tanto poter avere un cappotto piccolo piccolo, come lei. Così l’albero le donerà una foglia come tessuto per il cappotto, l’istrice un aculeo e il cavallo un crine per poterlo cucire, l’oca col becco lo metterà a modello, e il tarassaco le farà dono dei suoi semi, i bottoni per chiuderlo e tenere fuori freddo e vento. https://www.marinapetruzio.it/letteratura-e-illustrazione/un-cappotto-piccolo-piccolo-dup5128.
Lasciati gli ossi e i semi, quel che viene considerato come bottone nel Medioevo entra in Europa dall’Oriente attraverso le vie commerciali già aperte per le varie merci. È una piccola pietra preziosa, agata o turchese, tagliata a piccolo globo, sgrezzata e levigata da mani esperte, con al centro due fori attraverso i quali venivano, presumibilmente, fatti passare piccoli lacci e corde sottili e, dato che proveniva da un paese dove l’abito era chiuso per sovrapposizione delle parti fermate da nastri e fasce, usato presumibilmente come elemento decorativo.
Mentre in Europa giocherà la sua parte su più piani diventando rapidamente il vero protagonista dell’abito.
La prima è sicuramente quella legata alla funzione di allacciare.
Innanzitutto permette all’abito di stringersi, consente, grazie a un sistema di asole e piccoli bottoni forme più affusolate, attillate e sicure rispetto al sistema di lacci e nastri di cui il sotto dell’abito era dotato. E questo per le donne era già un notevole passo verso una differente comodità che implicava anche sicurezza nel muoversi e di conseguenza maggior possibilità di movimento.
Credo si possa affermare con una certa tranquillità che nella storia dell’emancipazione femminile il bottone ha giocato il suo ruolo, fosse solo perché ha reso più sicuro l’abito attorno al corpo, andando a sostituire quel complesso sistema di nastri e nastrini che allacciavano a mezzo di un nodo le varie parti. Ma un nodo è difficile da slacciare, rende più difficoltose le operazioni di svestizione in ambienti per nulla riscaldati, e rende più vulnerabile il nastro se si considera come tutto poteva essere difficile e faticoso a quei tempi: avere un cambio di biancheria nuova o pulita, reperire un nuovo nastro, avere il tempo per cucirlo. Per questo motivo molto più spesso le varie parti del sotto dell’abito erano affrancate da un fiocco che lasciava sì integro il nastrino, ma che si slacciava più facilmente. L’abito non poteva essere una casa sicura per il corpo della donna.
Andando a sostituire lacci e cordini, il bottone rende più sicuro l’abito e facilita il movimento sempre e ovviamente in relazione alle mode del momento e alla leggerezza dei tessuti.
In “Una storia delle donne in 100 oggetti” (traduzione di Mara Ronchetti, Corbaccio 2023), Annabelle Hirsh scrive che sono state spesso le piccole cose a fare una grande differenza nella vita di una donna e una di questa è stata sicuramente la borsa e tutto ciò che nel tempo ha avuto forma o funzione di borsa come per esempio le tasche. Inizialmente pensate “come custodia a forma di sacchetto” da legare in vita sotto l’abito, le donne molto facoltose potevano allacciarle anche sopra, hanno rappresentato per tutte le donne la possibilità di avere un nascondiglio per le proprie cose. Un luogo lontano dagli sguardi di chiunque. Il bottone le ha chiuse. Non solo portate sotto ma anche saldamente legate in vita e chiuse da un bottoncino con una piccola asola. L’abito ha da sempre nei suoi strati dei piccoli anfratti che hanno offerto nascondiglio a oggetti preziosi, regali indiscreti, lettere d’amore, libri proibiti, qualche moneta, fiale di veleno, cibo, piccole armi per la difesa personale.
Orli, fodere, il doppio nastro della vita nelle gonne, le reticule (le tasche) allacciate in vita hanno creato stanze molto personali e intime che i bottoni hanno chiuso e rese sicure come scrigni in un’epoca in cui le donne non potevano possedere nulla di personale e tanto meno avere denaro per sé.
Fine prima parte
Edit: Paola Parazzoli
Libri a figure:
Yoko Ogawa & Chiaki Okada, BOTONCITO, Editorial Juventud, Barcellona 2017
Sara Fanelli, BUTTON, Little, Brown and Company, Toronto 1994
Joy Cowley & Giselle Clarkson, Un cappotto piccolo piccolo, trad. Sara Marconi, Storiedichi Edizioni, Venezia 2024
Junaida (Giappone 1978) illustratoire, unico libro pubblicato in Italia, per il momento, è Monsterium, L'ippocampo, Milano 2024