Un cappotto piccolo piccolo di Joy Cowley con le illustrazioni di Giselle Clarkson
La donnina voleva un cappotto...
Dopo un acceso giallo sole dei risguardi, graffiato qui e là, il libro volge all’azzurro di un cielo velato di nubi bianche all’inizio tutt’altro che minacciose forse solo premonitrici. L’intorno è quasi primordiale: una semplice riga ci racconta di quel terreno sicuramente fertile e un po’ sconnesso che sta lì a segnare un territorio che finisce, oltre il quale forse c’è solo cielo.
Una terra d’autunno abitata da un solo esserino, una donnina piccola piccola, che in quella landa soffre terribilmente il freddo e per questo sembra essere molto preoccupata.
Non si sa se lì ci viva o se ci sia capitata per caso ma sembra mancarle proprio solo un cappotto, come se se lo fosse dimenticato per la fretta.
Ma laggiù, di qualsiasi posto si tratti, il freddo è già visibile nelle nuvolette d’aria che si formano soffiando fuori le parole, a dire che occorre mettersi al riparo, è ora.
Compagna della donnina è una lumaca, unico esserino per ordine di grandezza alla sua portata, che la accompagna silenziosa tra le pagine alla ricerca di una buona stoffa, di qualcuno che la tagli a modello, di un robusto filo per assemblarla e dell’ago per cucirla.
Lei come si sa, una casa ce l’ha sempre a portata di dorso, addosso come se fosse un cappotto.
Così, mentre cielo e terra si dividono la pagina, entrano in gioco una serie di semplici e conosciuti animali che sembrano per mole dei dinosauri rispetto alla minuscola donnina.
Ma ognuno diligentemente e generosamente farà la sua parte nell’aiutarla a confezionare un buon cappotto: l’oca col suo veloce becco taglierà a modello la foglia morbida e liscia come velluto offerta dall’albero; uno splendido istrice dalle ragguardevoli dimensioni proporrà un suo aculeo colorato in bianco e in nero come un ago crunato del più prezioso metallo; il cavallo abbasserà il suo muso sino a toccare terra per permettere a quell’esserino di staccare un lungo pelo dalla sua criniera; e mentre il cielo si avvicina sempre più, saturando il suo azzurro che si fa grigio piombo e poi nero, alcune gocce grandi come sacchetti d’acqua cominciano a bagnare la donnina e la sua opera di alta sartoria mentre il tarassaco lancia in dono i suoi semi che ritiene ottimi per fare bottoni.
Ma, just in stich!, il cappotto è terminato e la donnina lo infila avvolgendovisi come se non fosse solo una foglia di giallo velluto ma un’ampia pelliccia che le farà da vello, da coperta e da rifugio, capace di tenere fuori il vento così come il freddo.
Questa donnina smemorina, uscita da chissà dove vestita solo di un lungo maglione di lana grossa e grezza, pantaloni lunghi e piccole scarpe nere, ha capelli rossi e orecchie elfiche e potrebbe essere entrata nella spoglia geografia del libro venendo da qualsiasi altro dove tanto pare capitata lì così per caso, persa in questa immensità d’azzurro in una terra così vicina alla linea dell’orizzonte.
Non ci sono case, altri ominidi che siano femmine o maschi, non ci sono oggetti, né vestiti o accessori ma una natura pronta a dare a piene mani che ricorda un po’ un passato veramente molto lontano. Basta allungare la mano e aguzzare l’ingegno e una foglia diventa stoffa, un aculeo utensile, un crine ottimo filo per assemblare lembi differenti, dei semi gli accessori più dibattuti della storia, bottoni naturali, il cappellino dalla texture squamata della ghianda un copricapo di buon materiale impermeabile che garantisce una lunga tenuta.
Un albo delicato per ambiente, colori e modalità dei suoi protagonisti, quieto nello svolgersi, piacevole e donante serenità, dal 1978 un classico della letteratura per l’infanzia in Neo Zelanda da dove viene con le sue autrici e già candidato al Premio Hans Christian Andersen nel 2018. In questo calore non stupisce proprio che il vero protagonista sia un cappotto e non un altro indumento o una casa per esempio. La donnina desidera con tutta sé stessa confezionare un cappotto dal momento che i cappotti non crescono sugli alberi o sotto i cavoli o dietro i sassi, il capo per antonomasia più vicino a una coperta. E’ avvolgente, morbido, sempre un po' abbondante perché deve contenere un corpo abbigliato da altri strati, elargire calore è la sua caratteristica principale, una coccola per chi lo indossa, un rifugio dal freddo sia da quello fuori che da quello che a volte si ha dentro. Un luogo in cui accoccolarsi fisicamente e metaforicamente proprio come in una casa, una casa per il corpo, per cercarvi riparo e il più desiderato nella stagione dei venti, delle piogge, del freddo pungente e delle nuvolette di vapore delle parole soffiate fuori.
Il testo, dalla felice traduzione di Sara Marconi, presenta piccole rime, onomatopee e un breve ritornello che ricorda le storielle di una volta.
facile da ricordare epiacevolissimo da ascoltare.
Era al calduccio, non stava più male.
Morbido, bello, senza un difetto:
quel cappotto era proprio perfetto!
Un cappotto piccolo piccolo
parole di Joy Coeley e illustrazioni di Giselle Clarkson
traduzione dall’inglese di Sara Marconi
Storiedichi Edizioni, Venezia 2024
https://www.marinapetruzio.it/moda-un-altra-storia/origini-dellabito
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