5| Per iniziare un discorso sull'abito. Alcune note.parte prima
15 Febbraio 2025
Per quanto sembrino cose di secondaria importanza, la missione degli abiti non è soltanto quella di tenerci caldo. Essi cambiano l’aspetto del mondo ai nostri occhi e cambiano noi agli occhi del mondo.
Virginia Wolf, Orlando, 1928
Abbigliamento e accessori ricoprono un ruolo assolutamente fondamentale nella vita di ciascuno di noi sin dalla più tenera età, in modo trasversale senza vincolo di genere. L’abito è un mezzo che, simbolicamente, permette a tutte le età di andare oltre, un passaporta di potteriana memoria per mondi altrimenti inarrivabili dove poterassumere personalità o sembianze differenti, ma che sono, come nei libri, appena oltre il velo del proprio quotidiano.
Abbigliarsi in un modo o in un altro significa darsi possibilità differenti nell’ attraversare il bosco, metafora della vita nelle fiabe.
Quanto ad Annika, non si metteva a strillare quando non riusciva ad averla vinta, e se ne andava in giro tutta in ordine, con dei vestitini di cotone perfettamente stirati, che stava bene attenta a non sporcare.
Astrid Lindgren Pippi Calzelunghe, salani editore, Milano 2021
Per un periodo di tempo ho incontrato, ogni mattina, tre bambine dirette alla scuola dell’infanzia, procedevano intente nei loro discorsi come se fossero uniche al mondo, qualche passo avanti ai genitori. I loro racconti seguivano il filo di un gioco, quello che chi ha vissuto già qualche anno in più può considerare solo un gioco!, che si dipanava nei giorni e che ritrovavano a scuola così come lo avevano lasciato il giorno prima. Così che i loro scambi fuori da scuola risultavano essere una specie di preambolo, una introduzione.
Una, in particolare, attirava la mia attenzione. Ciò che indossava era chiaramente un compromesso quotidiano ottenuto discutendo con la quota adulta della famiglia. Oltre a qualcosa di basico come potrebbe essere una maglietta in jersey, collo alto e manica lunga e un leggins (però rainbow), parte dell’abbigliamento compreso nel concetto di pratico e comodo dell’adulto, era chiaro che, guardandola, quell’adulto non aveva avuto voce in capitolo sugli ulteriori strati indossati che comprendevano: una gonna in tulle a più veli; ballerine in vernice nera; top da mare coloratissimo sopra la maglietta anonima; nastro in vita allacciato in modo approssimativo, ma solo per un adulto; coroncina rosa Barbie in strass plasticosi, in alcuni giorni bacchetta magica con piumaggio bianco su plastica rosa e borsetta scintillante; piumino o cappotto a seconda delle previsioni meteo e assolutamente non coordinato. La gonna in tulle a più strati doveva essere stata un grande desideriodu C. finalmente perché la indossava per settimane intere sempre sopra leggins che a lei probabilmente parevano improbabili. Al terzetto mancava fisicamente una quarta bambina che era però costantemente citata, non solo per simpatia ma anche per come vestiva, era indiscutibile: a D. piaceva tanto fare la principessa quindi quel ruolo andava assegnato sempre a lei.
but the CHOICE is not easy
Tempo fa un’amica, agli inizi dell’autunno e delle prime piogge, si accorse che la figlia quattrenne indossava solo ballerine, scarpette basse e con una suola minima, poco idonee alla stagione nonostante la bambina le portasse ogni giorno come se avesse qualcosa di fatato ai piedi disdegnando qualsiasi calzatura di altro tipo. Un pomeriggio quindi decise di portarla a fare acquisti felice di condividere un tempo mamma-figlia, buona prassi che gettava le basi per il futuro. Riemersero da un negozio di calzature provate entrambe come dopo una giornata difficile, al contrario era trascorsa solo una mezz’ora. Una delle due però sfoggiava un paio di luminosissime e glitteratissime ballerine rosse, e non era la mia amica.
M., 7 anni, tutte le sere prepara gli abiti che indosserà il giorno dopo a scuola, nulla è a caso, neppure l’underwear, che deve necessariamente essere perfettamente coordinato ai colori dei vestiti, o la cintura, il fermaglio dei capelli e la borsa. Mette molta cura nello scegliere ciò che indosserà e lo pensa in relazione alla sua giornata, al suo fare e alle persone che incontrerà.
PRINCIPE, BASTA CAPRICCI PRINCIPESCHI! Si vesta, per tutti i ranocchi che saltano di traverso! Pantaloni, camicia, giacca e cravatta con lo stemma reale. L'aspettano a colazione! - Gridò Ambrogio il maggiordomo.
Al solo sentire nominare il nome dei ranocchi invano il Principoe non ci vide più dritto.
IO NON INFILO LE GAMBE IN QUEI TUBI PUNGENTI! SE LI METTA LEI! IO RIVOGLIO IL MIO STAGNO!
Diversamente principe T. 5 anni, un bambino abituato a vestire panni comodi e morbidi, di cotone e in jersey un giorno, al parco, si arrabbiò molto con la mamma perché, le disse in un momento di stizza, “questi pantaloni non mi seguono!”. Indossava il suo primo paio di jeans che, a differenza di ciò che aveva sempre indossato, sentiva rigido e troppo fasciante cosa che non gli permetteva di giocare come voleva, di entrare nel suo personaggio e di poter rendere al meglio in quella realtà così spericolata che gli permetteva di essere. Da quel giorno nessun paio di jeans entrò nel suo guardaroba e credo sia l’unico adolescente a non possederne.
ABITO MIO – Arredo della mia persona / sempre addosso a me / come nulla e nessuno / inventore della mia figura / infiniti abiti / fragili nel mondo /personaggi vuoti da riempire / alla ricerca / di corpi da proteggere…
Alessandro Mendini, La poltrona di Proust, Nottetempo, Milano 2021
Sono brevi scene di vita quotidiana che hanno il solo scopo di mettere in risalto la grande importanza che ricopre l’abito nella vita di ognuno di noi sin dalle sue primissime battute.
Protagonista assoluto di tutto questo è, per così dire, la stanza dei giochi ovvero il guardaroba altrimenti detto armadio. Guardaroba deriva dal francese, è una parola composta da garder – guardare, proteggere - e robe - vestiti, termine bivalente che indica l’insieme degli abiti e degli altri oggetti d’abbigliamento che una persona possiede (dal vocabolario Treccani). La parola armadio invece deriva dal latino armarium e connotava un mobile chiuso nel quale si riponevano le armi. Sia nella prima che nella seconda definizione quel luogo custodisce, si fa scrigno e anche nascondiglio.
Custode di possibilità infinite, scrigno della creatività più pura, senza limiti e dogmi, nascondiglio di svariate personalità, oggetto|soggetto della nostra casa, della nostra fantasia, del nostro modo di abitare luoghi e abiti. Soggetto in quanto luogo intimo dove gli abiti restano in attesa di essere mescolati e abitati. Un luogo che ha un suo profumo che risuonerà per l’intera vita, che contiene, come un guscio, segreti, oggetti preziosi, possibilità, racconti, memorie.
E che offre ogni mattina una grande, grandissima opportunità: il proprio, silenzioso racconto quotidiano. La propria immagine.
Come vestono gli illustratori e le illustratrici l’infanzia nelle figure dei libri, con che parole descrivono gli abiti delle bambine e dei bambini gli autori e le autrici, che posto hanno i vestiti all’interno della narrazione?
Volgendo lo sguardo alle fiabe ci si accorge velocemente che in quel tipo di narrazione gli abiti e gli accessori avevano un ruolo ben definito. Innanzitutto era una fortuna averli, cenciosi o meno, citarli serve a individuare lo stato sociale del protagonista e a collocarlo rispetto ai personaggi altri e al luogo, alcuni si materializzavano grazie alle portentose bacchette magiche delle fate, altri erano essi stessi dotati di poteri particolari che trasmettevano a chi li indossava, comunque proteggevano e di sovente erano il soggetto nei titoli. Come Cappuccetto rosso, per fare un esempio ormai banale, Le soprascarpe della felicità, Il mastro gatto meglio noto come Il gatto con gli stivali, Pelle d’asino, I vestiti nuovi dell’imperatore e ancora Il berretto da notte dello scapolo, per citarne solo alcuni. Una cosa era assolutamente certa a quei tempi: sapevamo perfettamente chi era l’altra o l’altro che incontravamo su quelle stradine che portavano alle mura di un feudo o a casa dell’Orco. Sia che si sia in una fiaba o in un racconto contemporaneo l'abito mantiene la funzione distintiva del nostro io: sono corazza, elemento che ci distingue o che ci omologa a un gruppo di cui desideriamo far parte o che temiamo, sono maschera quando siamo qualcosa di diverso da noi, sono casa quando siamo noi.
L’abito è la casa del corpo, lo spazio che ha a disposizione per esprimersi, rapportarsi con il mondo nel quale si muove e che gli si muove attorno, e raccontare di sé. E' il mezzo che permette di incontrare l’altro, la narrazione silente di noi stessi: chi siamo, in che stato d’animo ci troviamo, se siamo dischiusi o chiusi all'umanità, se sempre o solo in quel momento. Fa parte del nostro personale racconto visivo. Si arredano stanze come si abbigliano il busto, le gambe, le braccia e i loro segmenti: il collo, le mani, i polsi, le gambe, le parti intime, il viso, le orecchie, i capelli e la testa. L’ arte, in una delle sue molteplici letture, agendo un racconto pedissequo della vita dell’uomo e della sua evoluzione ne ha dato particolare risalto sin dalle età più antiche, con grande dovizia di particolari.
Un albo che ne fa un racconto puntuale non dal punto di vista cronologico ma dal punto di vista dell’evoluzione dell’abbigliamento, di come sia trasversale in tutte le epoche e in tutti i luoghi della terra è Costumes di Joëlle Jolivet apparso per la prima volta nel 2007 pubblicato da Èditions du Panama e ripubblicato nel 2013 da Les Grandes Personnes. Il libro, di grandi dimensioni, è come una scatola, girando le pagine solleviamo il coperchio disvelando un mondo che solo in parte conosciamo e che ci viene presentato come un catalogo di possibilità. E dopo aver raccolto accessori in queste scatole immaginarie, l’autrice/illustratrice sistema con cura donnine e omini, ben in fila, a ognuno il proprio spazio per parlare dell’abito che abitano e dell’occasione per indossarlo: per quando fa caldo, freddo oppure è umido e magari piove; a raccontare che sì, le femmine portano i pantaloni ma anche i maschi la gonna in tutto il mondo e in tutte le epoche; di abiti sportivi, da lavoro o da spettacolo o del nudo in un’attenta riflessione sul significato di nudo nel costume e nelle tradizioni delle differenti popolazioni che abitano il mondo. E poi, come in un gioco di bambole di carta, con i vestiti con le alette, racconta il sopra e il sotto di determinate tenute, che sia quella degli Inuit del XX secolo o di un Samurai giapponese dell’epoca Kamakura del XIII secolo, perché anche le mutande sono state una conquista per l’essere umano! Segue nelle ultime pagine una breve storia del costume per piccoli assaggi. È un libro illustrato da guardare per acquisire la capacità di osservare con occhio diverso chi ci sta accanto, anche in questo momento.
Il dibattito attorno all’abito è al centro di molte sperimentazioni e ricerche artistiche e non. Come unità abitativa minima del corpo e del sé, come spazio del corpo e spazio territoriale, casa e come tale luogo di raccoglimento, di pausa dal fuori, spazio proprio e protettivo, rifugio temporaneo.
Un'attenzione che nasce e si alimenta dai fenomeni migratori che hanno coinvolto l’umanità in questi ultimi decenni ed è alla base del lavoro di ricerca e dell’arte di Lucy Orta, fashion designer, considerata una delle maggiori artiste visive del momento, che col marito, Jorge Orta architetto, ha dato vita a progetti quali Refuge Wear e Body Architecture lavorando su capi di abbigliamento trasformabili, mantelle-tenda, zaini che diventano unità minime di abbigliamento e abitazione, studiati per e con le persone che abitano le strade siano essi rifugiati politici, migranti o senzatetto considerando il singolo come l’individuo socialmente solo il cui recupero e inserimento passa solo attraverso la comunità dove le unità minime di abitazione dell’abito sono in realtà piccole comunità dove viene condiviso lo spazio, il calore, un pezzo di territorio e la solitudine.
Si arredano stanze come si riempiono tasche. Le tasche sono scrigni ad ogni età, sono il cassetto nell’armadio della propria infanzia, il luogo dove custodire quel che di più caro abbiamo, che celiamo ai nostri e agli occhi degli altri per la gioia di ritrovarlo un giorno. Così deve aver pensato quel ragazzo che prima di lasciare affetti e casa nascose nella fodera della sua giacca, la sua casa finale, le sue pagelle, passaporto per un futuro mai arrivato. L’artista e fashion designer giapponese, Kosuke Tsumura con l’etichetta Final home identifica nella giacca l’ideale di architettura del corpo e realizza dei capi in nylon, tessuto particolarmente resistente all’usura come all’acqua e facile da manutenere, vi apre 42 tasche che possano contenere oggetti, come merci e cibo, farmaci o carta da giornale per isolare il corpo dal freddo in inverno, un orso di nylon e dei cuscini gonfiabili pensati per dare conforto a chi li indossa. È un abbigliamento di sopravvivenza urbana, utilizzabile nelle situazioni di emergenza quotidiane così come in quelle più estreme.
Un approccio completamente diverso, per tornare a leggere le figure nei libri, attento e puntuale all’abito e all'abitare l’abito è quello di Albertine Grosse, autrice e illustratrice Svizzera, premio Hans Christian Andersen 2020 alla carriera nella categoria illustratori, tra i molti altri. Albertine, spesso in coppia con il marito Germano Zullo, indaga la psicologia dell’abito ovvero dell’abito che scegliamo di indossare per uscire e incontrare gli altri, che parli di noi sin dal primo fuggevole sguardo. In Les robes edito da La Joie de Lire ma mai pubblicato in italiano in ogni doppia pagina un outfit, il libro ne comprende venti, un personaggio femminile che abita una casa ricca di simboli che ne rispecchiano la personalità sino a renderlo costume, caricatura dell’essere. Una didascalia racconta l’abito come in una rivista di moda e poi per ognuno un breve racconto su chi è il personaggio e cosa fa per vivere e il motivo di quella particolare tenuta. La breve sinossi parla chiaro: broccati, chiffons, pizzi, crinoline, taffetas, sete, organze, gabardine, rasi, nastri, mussoline, popeline...ma chi c’è sotto questi bei vestiti?
Recentemente sempre di Albertine Fatatrac pubblica un cofanetto dal titolo Modelli, contenete 38 cartoncini, 38 singole fine art, 38 travestimenti tra il carnevalesco e il teatrale ma anche dietro a ciò che si decide di indossare in modo un po’ buffo, fuori dagli schemi, con spregiudicatezza, osando al di là del proprio corpo, al di là dello stereotipo di bellezza, c’è un presentarsi all’altro e un desiderio di parlare di sé ancor prima di incontrare, c’è un dire “Io sono” e un andare verso l’altro seppur fastosamente abbigliati, di fatto nudi. Pensiamo ad una festa. Alla possibilità di travestirsi che offre. Una festa meglio ancora di un abito per un matrimonio offre la possibilità di osare, di entrare nei panni di altro da noi. Allora è più semplice indossare calze da paggio con un abito stravagante, lasciare un po’ più nude le spalle, tentare un colore nuovo per i capelli e una nuova bizzarra acconciatura che sposi perfettamente il mood. E poi mascherarsi. Coprirsi gli occhi, annullare la propria fisionomia con una piccola maschera nera. Celarsi e iniziare a giocare. Anche la pesante porta rossa di un’altro modello, ha la funzione di celare chi vi sta dietro e osserva da un ridotto spioncino. Personalità alla quale chiedere il permesso. Permesso per incontrarla. Ma così nascosta non ha sesso, non ha età, non ha personalità se non quella di una porta rossa con tutti i simboli che le si possono attribuire ma chi c’è dietro non c’è, non appare al mondo. È chiuso. O peggio chiusa. Chiusa dentro un abito, dietro un’ideologia politica o religiosa, una questione sociale, una logica maschile.
Boushra Yahya Almutawakel è una fotografa yemenita che si occupa di documentare la condizione e percezione della donna araba/musulmana anche e soprattutto attraverso l’abito che indossa. In una sequenza di nove scatti dal titolo Mother, Daughter, Doll, dove si fotografa con una delle sue figlie e la bambola di quest'ultima, vuole rappresenta la sparizione delle tre donne per sovrapposizione di strati: prima con l' abaya (la lunga tunica nera tipica delle donne del Golfo Persico) e poi passando dal velo o foulard al niqab, da un colorato politicamente neutro al nero. Anche come viene indossato un velo contribuisce alla sparizione di chi lo indossa: incrociato sulla fronte che però resta scoperta; fermato sopra le sopracciglia a fronte coperta e chiuso sotto al mento ma lasciando l'ovale del viso scoperto e visibile, riconoscibile, sino a coprire tutto il viso lasciando scoperti gli occhi e poi anch'essi coperti da una ulteriore retina. In questa sequenza, sette scatti si riempiono di nero. Il nono scatto è solo nero, nell’oscurità si percepisce una seduta nera anch’essa, mamma bambina e bambola sono sparite agli occhi di chiunque. La valenza politica dell’abito vive anche nel contemporaneo e in tutto il mondo, ne sono un esempio i fazzoletti verdi al collo delle donne brasiliane che lottano per ottenere leggi sull’aborto che tutelino il loro corpo e la loro salute, movimento che si sta diffondendo in tutto il Sudamerica, la camicia a scacchi giallo/nera della destra più estremista della Germania e degli USA, così come l’eskimo della lotta della sinistra proletaria degli anni sessanta, per fare un salto indietro, non è differente dalle sperimentazioni sulla Final Home di Kosuke Tsumura, il peso, il tessuto e le molteplici tasche permettevano di trasportare, celare e tenere con sé oggetti, cibo e quant’altro relativo alla lotta o alla sopravvivenza per alcuni giorni. Lo scatto che ritrae Bernard Sanders, senatore statunitense, alla cerimonia di insediamento alla Casa Bianca di Joe Biden è diventata virale in pochi secondi. La giacca pesante usata nei gelidi inverni del Vermont e le muffole lavorate a maglia jacquard, stile Charlie Brown, sono diventati il simbolo di un uomo pratico al di là delle apparenze che lo rendono unico e riconoscibile in tutto il mondo.
Dare per scontato l’abito in ogni sua possibile rappresentazione è come negare la storia che oggi e sempre l’umanità trama e ordisce in base ai bisogni, alla propria cultura, alla società, alla politica, al territorio nel quale è stata chiamata ad abitare, al suo essere femmina o maschio. Non identificare, distinguere particolareggiare significa omologare a un tutto senza singolari particolarità, indistinto, dove il tutto è nessuno.
Cover dell'articolo: Davide Calì, Isabella Labate, Tre in tutto, Orecchio Acerbo, 2018
Cover del numero: Vittoria Facchini, (ma) basta la parola? - 160 cartoline dall'azzurto alla zebra, 124/160 Smarrita, edizioni Officina blu, 2006