3| Genesi dell'abito

14 Gennaio 2025

La nostra specie si è vestita perché ha perso la pelliccia? O è il contrario, la nostra pelle è diventata glabra perché abbiamo cominciato a vestirci?
Non importa, non abbiamo pellame sulle spalle, niente squame, sete, crini, né piume né peluria, ancor meno cuoio spesso come corteccia, e neppure conchiglia, figuriamo carapace. A questa assenza supplisce il vestito e diventa prolungamente del nostro corpo. La nostra pelle, senza protezione né appretto. Nudi come i vermi che ci mangeranno non possiamo stare. Troppa vulnerabilità.

Jane Sautière, Guardaroba, La Nuova Frontiera, Roma 2018

Gioconda Belli, Alicia Baladan, La prima risata, trad. Lisa Topi, Topipittori, Milano 2017
   
 
Due bambini, il primo uomo e la prima donna, Enea e Alia, si incontrano per la prima volta scendendo da una stessa Ceiba.
Si osservano e senza perdere tempo, che è veramente un'occasione unica poter incontrare un proprio simile quando si è convinti di essere unici, iniziano a giocare in quella rigogliosa foresta primordiale che entrambi abitano vestiti della loro unica rosea pelle, infinitamente elastica per seguirli in ogni movimento e gioco, estremamente sensibile alla mano che si allunga per farle il solletico. Stupiti di trovarsi così simili e così diversi cominciano a ridere e la loro risata lascia incantata la foresta che li sta a sentire. E’ La prima risata quella che ascoltano gli animali tendendo tutte le orecchie che hanno, il mondo si riempie di un altro dirompente suono. Scimmie intraprendenti partecipano a questo evento offrendo foglie e fiori che i due bambini, in un gioco di scoperta assolutamente libero, si agghindano al corpo come a indossarle.
Esili intrecci di lunghi steli verdi infilano foglie che ondeggiando si posano qua e là sul corpo a coprire le spalle, talvolta la schiena o il petto o, e se allacciate in vita, sfiorano le gambe, se sulla testa danno vita a copricapi lussureggianti che si innalzano come corone morbide e colorate, accessori naturali che cominciano a disegnare sul loro corpo, e sopra la loro testa, qualcosa che ha a che fare con un primordiale indumento.

Cranio di Homo Bodoensis, uomo di Bodo da Bodo d'Ar Corno d'Africa, Pleistocene medio

In nessuna circostanza si può parlare di abito senza domandarsi quando è successo che l’uomo abbia sentito la necessità di indossare qualcosa a copertura del suo corpo, presumibilmente ormai eretto e privo di peli.
Se l’abito è la casa del corpo la sua narrazione inizia, inevitabilmente, dal giorno in cui il primo uomo scuoiando un animale ha pensato di tenerne il vello, di raschiarne la pelle per ripulirla e, magari inizialmente titubante come chi sta sperimentando qualcosa che potrebbe rivelarsi rivoluzionario o forse anche pericoloso, indossarla. Quale l'epoca in cui, per caso o per necessità, ha sentito di dover coprire le sue leve, i suoi utensili naturali: le braccia, le gambe, il sesso, i piedi, le mani per proteggerli forse nella corsa, durante la caccia, negli spostamenti nomadi, per la notte; quando, casualmente o meno, ha provato a intrecciare qualche stelo di erba magari secca per farne un legaccio da infilare, come farebbe un bambino che sperimenta nuove possibilità, nella ferita lasciata dalla sua arma sulla pelle dell'animale o nell’orbita ormai vuota del suo occhio per potersi affrancare meglio al corpo la sua pelliccia; quando ha utilizzato per la prima volta spine di arbusto, denti o lische di pesce o ha realizzato il primo ago crunato per assemblare e adattare la pelle e il pelo di animale attorno al suo corpo, per meglio coprirsi e muoversi ma anche forse per poter essere capo o sciamano, guida dei suoi simili.
Trattandosi però di materie prime altamente biodegradabili, facilmente deperibili, nessun abito, o parti di esso, frammenti di pelle animale o pelliccia o indumenti magari di origine vegetale, si è conservato dalla Preistoria a oggi e stabilire un quando anche approssimativo ma accettabile per la storia evolutiva dell'uomo ha tenuto, e probabilmente tiene ancora, impegnati studiosi e ricercatori.
Nel 2011 un articolo  apparso sulla rivista Molecolar Biology and Evolution fornisce un ulteriore apporto nel cercare di dare una risposta ai tanti perchè e quando che caratterizzano la comparsa dell'abito nella Preistoria di per sè è una rivoluzione epocale in quanto ha caratterizzato l'epoca moderna, garantito la sopravvivenza dell'uomo primitivo quindi il suo sviluppo anche attraverso la realizzazione di manufatti per l'epoca sempre più raffinati e garantito sopravvivenza e successo nell'espansione verso latitudini più elevate e climi più freddi.
Lo studio, particolarmente curioso per chi non si occupa strettamente della materia, condotto da ricercatori dei dipartimenti di biologia delle Università di Florida, Pennsylvania, Indiana e del Florida Museum of Natural History riguarda un insetto, assolutamente poco amato e anzi molto temuto, che al contrario è sopravvissuto e prosperato e arrivato sino a noi e grazie a noi, il cui solo sentirne parlare scatena nell'umano contemporaneo un irrefrenabile prurito al quale la maggior parte non resiste: il pidocchio e nel caso specifico lo studio del suo genoma.
Partendo da alcune considerazioni sull’evoluzione umana e dei suoi sempiterni coinquilini, sostenendo che poiché i pidocchi degli indumenti si sono evoluti dai loro antenati pidocchi della testa una volta che gli uomini hanno adottato primitive forme di abbigliamento, la datazione della mutazione da pidocchio della testa a pidocchio dell'abito fornisce stime specifiche sull’origine dell’uso dei vestiti.  E essendo i pidocchi degli indumenti differenziatisi dai pidocchi della testa già 170.000 anni fa, a quell’epoca gli studiosi riconducono l’uso dell’abbigliamento da parte di un uomo anatomicamente moderno ovvero già Homo Sapiens, eretto, capelluto ma privo di peli corporei, in Africa durante il medio e tardo Pleistocene.

Testa di Homo bodoensis, Ettore Mazza

Ci voleva un cappotto...
Così, superando una soglia, momento che caratterizzerà ogni scritto che qui apparirà, e immaginando un mondo disegnato in cui la linea dell'orizzonte domina lo spazio, un modo ancora vergine, abitato da molto verde diverso e vigoroso, dove stagioni e clima siano capaci di modificare usi e abitudini, destino preoccupazione per sè mista, senza alcun dubbio, a meraviglia e sollecitino istinti di sopravvivenza, la donnina voleva un cappotto...
Nel vagare tra le illustrazioni che in qualche modo dialogano con l’abito e il suo significato e seguendo il filo di questa narrazione che riguarda il primitivo Un cappotto piccolo piccolo offre il suo sguardo su come un ambiente tanto più grande, un intorno straniero e gigantesco, abitato da animali tanto più grandi dell’uomo e da una vegetazione vitaminica, rigogliosa e fustuta possa offrire un’occasione, accendere delle intelligenze per realizzare quell'indumento che preserva il corpo nei climi freddi per antonomasia: il cappotto, protettivo, caldo, impermeabile, abito e coperta, riparo, casa.
Il tessuto biologico dato dalla vegetazione, l’aculeo di istrice come ago, il crine di cavallo fatto filo per cucire, i semi bottoni naturali che avvicinano e uniscono lembi diversi sono indicazioni di un mondo immaginario che ci avvicinano alla nascita dell’abbigliamento, a quell’uomo o quella donna che per primo sentì il bisogno di coprirsi per girovagare per il mondo, spingersi al nord e resistere in climi rigidi e tanto diversi da quelli a cui era abituato e lì sviluppare nuove esigenze di copertura, di alloggio, di abito in nuovi materiali.

   

Secondo lo studio sopra riportato l’abito nasce dunque come esigenza di sopravvivenza e non necessariamente durante le ere glaciali come si potrebbe essere portati a pensare, da un uomo abile e capace di spostarsi, di lasciare il proprio territorio e di esplorare un intorno sconosciuto e lontano o forse solo più alto. Di compiere quindi distanze che lo avrebbero portato a contatto con animali diversi, fauna e flora e clima a cui non spontaneamente il suo fisico avrebbe potuto adattarsi.
L’abito fa il suo ingresso nella Preistoria indossato per seguire esigenze ambientali, di sopravvivenza, utilitaristiche, segno di un’evoluzione ormai avanzata e fortunatamente inarrestabile.
La moda in quanto tale e come concetto arriverà ere e ere più avanti, ma questa, lo si sa, è un’altra storia.

Le recensioni dei due libri a figure 
https://www.marinapetruzio.it/letteratura-e-illustrazione/la-prima-risata
https://www.marinapetruzio.it/letteratura-e-illustrazione/un-cappotto-piccolo-piccolo-dup5128

COVER: Bruna Moretti in arte Brunetta (Ivrea, Italia 1904 - Milano 1989) disegnatrice, illustratrice, pittrice e caricaturista: Genealogia della moda, 1950 ca. - tempera su carta - Archivio Galtrucco

Illustrazioni:
Gioconda Belli, Alicia Baladan, La prima risata, traduzione Lisa Topi, Topipittori, Milano 2017
Joy Cowley, Giselle Clarkson, Un cappotto piccolo piccolo, traduzione Sara Marconi, Storiedichi Edizioni, Venezia 2024

Recensioni
https://www.marinapetruzio.it/letteratura-e-illustrazione/la-prima-risata
https://www.marinapetruzio.it/letteratura-e-illustrazione/un-cappotto-piccolo-piccolo-dup5128

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