8|La poetica del guardaroba Cover: Cassettiera tirolese dote di Maria Winkler, 1853 - Collezione privata
24 Marzo 2025
Tornano in folla i ricordi, se rivediamo nella memoria il ripiano su cui riposavano i merletti, i tessuti di batista, le mussole collocate su stoffe più robuste. Scrive Milosz: “L’armadio (è) tutto pieno del tumulto dei ricordi".
Guardaròba da vocabolario Treccani
sostantivo maschile o femminile composta di guarda e roba
In case d’abitazione, ambiente, composto talora anche di più stanze, o grande armadio, dove si conservano biancheria e vestiti; nei teatri e altri ritrovi pubblici, nei musei, biblioteche o simili, il luogo dove si depositano, entrando, soprabiti, ombrelli, borse o altro.
In queste accezioni, e nella seguente, la parola, che negli esempi classici è di solito femminile (con il plurale guardarobe) è oggi quasi esclusivamente maschile.
Per estensione, l’insieme degli abiti e degli altri oggetti d’abbigliamento che una persona possiede: ha un ricco guardaroba; un guardaroba molto fornito; rinnovare; rifarsi il guardaroba.
Persona addetta alla custodia del guardaroba e del vestiario in genere: oggi in questo significato la parola è di uso raro sostituita per lo più da guardarobiera, guardarobiere.
Armàdio da vocabolario Treccani
sostantivo maschile, dal latino armarium ripostiglio per armi
Mobile, costituito da vari ripiani, per lo più in legno, sostenuti da fiancate verticali e chiuso anteriormente da sportelli, destinato a contenere oggetti di vario genere: l’armadio della biancheria, dei vestiti; armadio a specchio, armadio guardaroba, armadio a muro, incassato nella parete.
Anticamente anche con significato di archivio
...col tema dei cassetti, delle cassapanche, delle serrature e degli armadi, riprenderemo contatto con l’insondabile riserva delle reveries di intimità.
L’armadio e i suoi ripiani, il secretaire e i suoi cassetti, la cassapanca e il suo doppiofondo sono veri e propri organi della vita psicologica segreta. Senza questi “oggetti” e alcuni altri così valorizzati, la nostra vita intima mancherebbe di modello di intimità, Sono oggetti misti, oggetti-soggetti, hanno come noi, attraverso noi, per noi, una intimità
Da piccola, nella camera che condividevo con mio fratello, avevamo un armadio disegnato dall’architetto e designer Carlo Bartoli per Tisettanta (informazioni che appresi solo più tardi durante i miei studi universitari). Apparteneva a una collezione chiamata Sistema Multiplo, negli anni ‘60 con i primi componibili scatolari era assolutamente un armadio all’avanguardia: funzionalità e design, nessun fronzolo per superfici perfettamente lavabili. Certo, non il vecchio guardaroba in radica appartenuto alla dote di mia nonna.
Era un parallelepipedo basso e lungo, il cassone color legno e le ante, in legno dipinto di bianco, avevano la particolarità di non avere maniglia o pomoli ma un cerchio di plastica nera incastrato nell’anta con una presa perfettamente ergonomica, infilandoci la mano e tirando si separava la calamita che teneva ben chiusa l’anta con un sonoro clac!. Era profondo sessanta centimetri.
Un guardaroba a tre ante, di cui due grandi per gli abiti e i cappotti mentre l’anta centrale comprendeva uno spazio di appenderia per pantaloni e gonne, nel nostro caso, e tre cassetti.
Come per tutte le cose che ci riguardavano anche gli spazi di quell’armadio vennero equamente divisi tra noi due. In seguito alla nascita di mia sorella lo stesso guardaroba prese posto in una nuova casa, in una nuova camera e mi accompagnò per una vita intera.
Ma tornando alla casa e alla camera della mia infanzia e al mio guardaroba, la sua profondità lo faceva in qualche modo casa.
Nelle nostre esplorazioni infantili avevamo appreso che questo tondo in plastica nero che faceva da apri anta era solo incastrato nel legno dell’anta e che con una leggera pressione era facile toglierl; l’anta così aveva al suo centro un foro perfettamente tondo che mostrava l’anima del legno ma che, soprattutto, permetteva alla luce di filtrare nella pancia dell’armadio.
Per me che ho sempre avuto timore del buio, questa scoperta fu determinante.
L’armadio contiene promesse
Di quell’armadio mi piaceva il fatto che potevo entrarci, a cinque anni potevo stare perfettamente in piedi, tra i miei abiti che essendo proporzionati alla mia età non toccavano terra. Quindi là dentro lo spazio era molto interessante: alto, profondo, con un buon volume e della luce filtrante.
Da lì a farne uno spazio tutto mio il passo fu breve e fu allora che cominciai ad arredare uno luogo per la prima volta!
Si apre il mobile e lo si scopre dimora
Iniziai a portarci un cuscino, poi il mio peluche custode di ogni mio piccolo o grande segreto, una piccola torcia, chiesta probabilmente in prestito a mio papà o ai giochi di mio fratello per le volte che non toglievo il tondo nero, cosa che non gradita a mia mamma, qualche catalogo di mercanzia assortita, qualche rivista di arredamento, le bambole di carta...ma poi a volte non serviva nulla di tutto questo nella mia anta nel nostro guardaroba potevo stare anche al buio, non giocare con nulla, ascoltando i rumori di fuori o parlando da sola, cosa che prediligevo sopra qualsiasi altra, toccando i miei abiti con la mano e indovinandoli uno ad uno: tessuto, morbidezza, lunghezza erano gli spioni principali, poi legarli al ricordo dell'ultima volta che li avevo indossati e per quale occasione. Vi passavo il tempo. Quando mio fratello era a scuola, quando era brutto tempo, quando tutti erano indaffarati in qualcosa, quello spazio, laggiù nel guardaroba, nella mia anta, mi apparteneva.
Poi passata l’età dell’infanzia me ne dimenticai e divenne solo il mio armadio, qualcosa che vedevo e conoscevo da sempre: le ante si riempirono di abiti e accessori così come i cassetti, divenne il luogo dove nascondere i regali di Natale per amici e famiglia, dove custodire le mie cose più intime, le foto, i ricordi, il diario e poi via via, mi dimenticai anche di questo e rimase il mio guardaroba del cambio stagionale a casa dei miei perché dove abitavo non avevo sufficiente spazio. Ma era solo un mobile, uno dei tanti.
Potremmo dire che nel guardaroba si trovano le cose indimenticabili, indimenticabili per noi, un cofanetto assoluto.
Quando liberammo la casa dei miei genitori dopo la loro morte ognuno di noi si occupò di quella che era ancora la propria camera sebbene nessuno di noi l’abitasse. Il mio mobile era ancora in buono stato anche se ormai vecchiotto ma nelle nostre case, in nessuna delle tre avrebbe trovato una collocazione: non serviva. Così essendo componibile lo smontammo e portammo in discarica.
E mentre questo succedeva, mi succedeva di esserci ancora dentro, di risentire le stoffe dei miei abiti di bambina, riviverne la sensazione tra le mani, immaginarne nuovamente il colore, ricordare i momenti in cui ne avevo indossato uno o l’altro; e quel profumo che ti investiva facendo scattare la calamita, aprendo l’anta, un profumo che solo lui aveva e che avevo scordato, che non sentivo da tempo, un’infinità di tempo, ma che la me bambina e la mia memoria olfattiva non avevano sepolto.
La reverie fu dolorosa ma indispensabile a far riaffiorare una parte della mia vita che ora conservo e curo.
Alcuni profumi restano indelebili nella nostra memoria, sopiti dalla miriade di immagini, odori, rumori, echi di cui la nostra mente deve fare tesoro, riordinare, catalogare, archiviare e tenere a mente, appunto.
Ogni persona ha un proprio odore dato dal suo DNA, dalla sua pelle, dall’età, a volte anche dalla malattia, è un odore che non si sceglie è nostro, unico, differente da quello di un’altra persona anche se parente, assolutamente distante e non paragonabile a quello che più o meno ognuno di noi sceglie e con il quale decide di profumare.
Sono odori e profumi che si incontrano nelle case, sugli arredi, nelle camere e risiedono per sempre nelle stanze della nostra memoria.
Sono profumi che corrispondono a visi, a abiti così come a guardaroba, armadi, si incontrano nei cassetti, sui ripiani dei mobili tra la biancheria, la nostra memoria olfattiva ci regala una tra le esperienze più evocative e intime che possiamo vivere.
Basta una sola nota per creare nel nostro cervello una specie di corto circuito che in un attimo ci trasporta nuovamente davanti a quell’armadio, per mano alla nonna alla ricerca, tra le pieghe delle lenzuola, tra i begli abiti appesi e i pesanti cappotti, di quel chissà che che passa in secondo piano inebriati da quella folata di prezioso e caro profumo, che potremmo giurare di aver sentito veramente, passando, ancora per una volta.
Perché dire di armadi e guardaroba in un percorso che vuole tracciare la storia e far chiarezza sull’abito dell’infanzia è presto detto nelle parole di Gaston Bachelard che inframezzano il racconto di un ricordo.
Il guardaroba è un custode, accoglie una parte di noi in trama con gli abiti che di volta in volta decidiamo di indossare in quella o in altra occasione. E’ il nascondiglio delle cose più preziose, uno scrigno, aprirlo è compiere un gesto che è già una narrazione, è la storia del nostro rapporto con lui e con i nostri abiti, le braccia che si estendono nello spalancare le doppie ante, come se aprissimo una porta per abbracciare qualcuno; il gesto della mano nell’atto di accompagnare l’anta scorrevole, facendola scivolare piano, come a voler rivivere la meraviglia che in esso vi è contenuta; la chiave, vestita da un fiocco di passamaneria colorata e danzante, che gira producendo un cigolio nella serratura antica e la mano che apre piano, per non far rumore, per non disturbare quell’attesa.
Il primo guardaroba resta nelle nostre immagini più intime, è un gesto di cura che abbiamo ricevuto e che doniamoa nostra volta, è un oggetto-soggetto che apparterrà alla nostra vita a lungo, vi vivremo momenti di gioco, vi sosteremo davanti con grande indecisione, sarà complice dei nostri travestimenti, custodirà ciò che abbiamo desiderato, sarà l'immagine di noi stessi e resterà nella memoria della famiglia come vi resta il ricordo di un amico.
Un guardaroba è tutto questo.
All'inizio erano cassoni e cassapanche.
In un angolo del ripostiglio, è sistemata la cassapanca della dote della sposa. Appoggia su basse zampe ed è intagliata e dipinta ad arte. Ai visitatori, quando stanno per andarsene, vengono offerti doni che stanno riposti nella cassapanca. Si puòtrattare di oggtti fatti a mano, di utensili, oppure di scritti su cui riflettere, come dire una vecchia massima, una poesia, o un proverbio dal significato profondo, che probabilmente ci vorrà molto tempo per poter capire.
da Gnomi di Wil Huygen e Rien Poortvliet, Rizzoli Editore, Milano 1978
Bibliografia
Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, Bari 1975
Cover: Cassettiera tirolese dote di Maria Winkler, 1853 - Collezione privata