11| Il primo abito: il battesimocover: Frans Hals, Catharina Hoof with her nurse - 1620

21 Luglio 2025


James Charles (1851-1906), Christening Sunday (South Harting, Sussex) 1887, Manchestern Art Gallery

Terzo capo nel guardaroba della bambina e del bambino ormai rinascimentali, di fondamentale importanza per il valore simbolico di cui fin dalle prime apparizioni si carica, è l’abito da battesimo o, in senso più ampio, l’abito da cerimonia capo che ancora oggi regge e in parte giustifica le collezioni rivolte all’infanzia dopo l’avvento della grande distribuzione, del fast fashion e sempre dei cambiamenti sociali che via via si sono susseguiti sino al contemporaneo e che lentamente si compiono sotto i nostri occhi.

Il battesimo di Richard Beauchamp conte di Warwick, 1485 c., British Library,  Londra

L’evento che lo carica di un intenso significato simbolico è il rito del battesimo, ma per parlare di un abito speciale a lui dedicato bisognerà attendere il XVII e XVIII secolo, anche perché nella chiesa primitiva e per tutto l’alto Medioevo il battesimo è praticato per immersione nella fonte battesimale con la bambina o il bambino nudi, liberi dalle fasce per l’occasione.
Ad attenderli a fine rito solo un panno morbido, il chrisom cloth, entro il quale vengono finalmente avvolti e rincuorati, caldo e bianco a simboleggiare la purezza e l’ingresso in una nuova vita.
Dal 1600 la pratica dell’immersione viene abbandonata a favore dell’aspersione.
L’ immersione per la purificazione era praticata sui bambini agiati, sani e forti: chiese e cattedrali erano luoghi umidi e freddi così come lo era l’acqua della fonte battesimale e proprio in una cerimonia così importante e sontuosa per la nuova arrivata o il nuovo nato e la comunità cui il battesimo sanciva l’appartenenza, non poteva proprio essere messa a repentaglio una vita, già insidiata quotidianamente e fragile per antonomasia.
I ceti inferiori non la praticavano per lo stesso motivo e con ancor più motivazione dato che ogni braccio sano e forte era un potenziale aiuto, un lavoratore, una fonte di reddito e aiuto per la famiglia e la comunità.

Con l’introduzione della pratica dell’aspersione i nuovi nati arrivavano alla fonte battesimale perfettamente avvolti nelle loro fasce in lino o in pizzo bianco, che ancora per tutto il XVI e metà del XVII secolo costituiscono l’indumento principale dei neonati, caldi e coperti da un drappo da cerimonia, un elemento sfarzoso nel guardaroba dell’infanzia medievale, precursore dell’abito da battesimo.
Il drappo da cerimonia, christening wrap, è una specie di mantello con cappuccio, lungo a creare una specie di strascico che poteva essere realizzato in damasco così come in raso o in seta, bordato di pizzo e col tempo anche riccamente ricamato che, come sottolinea Rosita Levi Pisetzky, già nella seconda metà del 1200 i genitori dei rampolli agiati avevano una certa propensione allo sfoggio anche nei vestiti dei loro bambini ai quali non si facevano mancare ricchi e pesanti ornamenti a raccontare di agiatezza e possibilità con il bene placito dei legislatori e censori che chiudevano volentieri un occhio se si trattava di infanzia. Così, sempre per citare Pisetzky, a Bologna i divieti che frenano il lusso dei ricami fanno eccezione a favore dei maschi fino ai dodici anni e delle femmine che non siano maritate: per queste ultime, a patto che il valore non superi due soldi bolognesi al braccio.
Consacrando così l’abitudine che per l’infanzia si può spendere e spandere.

Adagiato l’infante nel drappo da cerimonia o telo battesimale, lo si avvolgeva unendone i lembi sul davanti e dalla profonda scollatura che si creava si potevano notare le fasce d’occasione, ovvero piccoli accessori quali teli soprafasce, colletti, pettorine lunghe e ornamenti per la testa come nastri di lino o pizzo che potevano recare al centro un gioiello o una decorazione: il ricamo a punto croce compare frequentemente sugli abiti da neonato del XVIII secolo dove, tra i motivi decorativi, geometrici o floreali, si ricamava la data dell’evento.
Abbigliati dal panno battesimale la bambina o il bambino venivano presentati alla comunità di cui avrebbero fatto ufficialmente parte dopo il rito del battesimo e con l’aspersione la madrina aveva il compito di spogliare e leggermente sfasciare le spalle del neonato affinché il sacerdote potesse ungerlo con i sacri crismi. E’ quando si comincia ad abbandonare parzialmente o totalmente a seconda della cultura, la pratica della fasciatura che sotto il drappo da cerimonia comparirà un abito lungo, molto lungo, di stoffa preziosa arricchita da nastri e pizzi e decorata da sontuosi ricami.
Inizialmente sono semplici vestiti indossati dai neonati quotidianamente, lunghi per una questione estetica ma anche per non farli scoprire, considerati idonei per la giovane pelle perché di morbido cotone o lino sottile, sono spesso bianchi o a tinte delicate e per il giorno del battesimo si selezionava il più nuovo e il più bello per decorazioni e finiture a sottolineare l’importanza della cerimonia.
Non era ancora un abito dedicato al sacramento ma il suo precursore.

Ferdinand Georg Waldmuller (Vienna, Austria 1793 - Hinterbruhl, Austria 1865), Giovane contadina con tre bambini alla finestra, Neue Pinakothek, Monaco

Drappo battesimale, set di accessori e fasce impreziosite per l’occasione prima e abiti lunghi dopo, in quanto da cerimonia erano un investimento per le famiglie e anche le classi meno abbienti, desiderose di dare ai neonati un nome, un luogo e soprattutto una comunità dove crescere degni e retti, investivano danari importanti per far avere al nascituro un abbigliamento consono che desse prestigio e orgoglio alla famiglia fosse anche solo una cuffietta, spesso unico capo visibile.
In Italia e Francia se ne usavano due sovrapposte, la prima riceveva i santi crismi assumendo un valore simbolico di protezione, buona salute, sicurezza e buon auspicio. Veniva usata per tutti i bambini della famiglia ma non tramandata di generazione in generazione, era un simbolo di unione e fratellanza tra fratelli, ogni famiglia quindi doveva avere la propria. In Francia ancora oggi si usa regalare alla nascita una cuffietta bonheur.

L’importanza di cui erano investiti gli abiti da battesimo che venivano usati una sola volta nella vita, giustifica la tradizione che li vuole tramandati di generazione in generazione e questo è forse anche il motivo per cui sono arrivati sino a noi da tempi veramente remoti.
Chiusi a chiave dentro cassapanche e bauli, avvolti in teli di grosso cotone, tenuti appesi in stanze buie o conservati in scatole preziose avvolti in croccante carta velina bianca, in armadi poco accessibili, erano elencati nei beni di famiglia e considerati tra i preziosi nei lasciti testamentari.
Il più famoso abito da battesimo della storia è senza ombra di dubbio quello della famiglia reale inglese.
Conosciuto come l’abito Honiton lo hanno indossato per il loro battesimo ben cinque futuri re e una futura regina e la sua storia, come tutto ciò che riguarda la corona inglese, è un racconto affascinante.
Voluto dalla Regina Vittoria per la sua primogenita, la principessa Reale Vittoria Adelaide Mary Louisa, come da desiderio di S.A.R. doveva ispirarsi al suo abito da sposa.
Fu disegnato, quindi realizzato, da Janet Sutherland, abile sarta scozzese, figlia di un minatore di carbone, insignita poi dell’onoreficenza di Embroiderer to the Queen per il suo lavoro riconosciuto perfetto dalla regina.
In seta color avorio tessuta nelle manifatture di Spitlfields impreziosita da una lavorazione a pizzo fatto a ago tipico di Honiton, per desiderio della regina tutti i materiali usati per realizzarlo dovevano essere rigorosamente inglesi.
Honiton è una cittadina poco distante da Exeter, nella contea di Devon che dal 1568 al 1577 ha visto stanziarsi gruppi di rifugiati fiamminghi in fuga dalle persecuzioni dei duchi di Alva.
L’industria del merletto di Honiton si presume venne fondata proprio dai questi rifugiati le cui donne erano merlettaie, conservavano e tramandavano la tradizione del pizzo fatto a fuselli ovvero del tombolo di cui tante lattughe, polsi, colletti, scialli, rifiniture di abiti e cuffiette del tempo erano guarnite e rese note dalla pittura fiamminga del periodo in particolar modo sembra, dall’opera di Van Dyck a cui è stato dedicato un tipo di lavorazione detta ancora oggi merletto alla Van Dyck.
Il pizzo di Honiton è noto per i suoi disegni a fiori e foglie rigorosamente studiati e disegnati prima su carta del tipo pergamena.

Così la principessa Reale Vittoria, Vicky per la sua famiglia, in un freddo febbraio inglese del 1841, nello stesso giorno e mese in cui vennero celebrate le nozze reali della sua mamma un anno prima, venne portata alla reale fonte battesimale di Buckingham Palace con un abito che già racchiudeva in sé un pezzo della storia e tradizione inglese e ne stava per ufficializzare un?altra.
Dopo la piccola Vittoria e per 163 anni ben 62 bambini reali lo indossarono nel giorno del loro battesimo e come da protocollo reale l’abito dopo ogni cerimonia veniva lavato a mano con acqua sorgiva e conservato al buio sino al successivo utilizzo.
Lady Louise Windsor, figlia del Principe Edoardo e di Sophie di Wessex è stata l’ultima rampolla reale ad essere battezzata con l’abito Honiton nel 2004.
Per volere di S.A.R. Regina Elisabetta II ne è stata commissionata una copia pressochè identica all’originale.
Creata dalla sarta personale della Regina, Angela Kelly, e dal suo team di sarte, per assicurarsi che avesse lo stesso colore dell’originale la seta è stata tinta con tè dello Yorkshire noto per il suo colore intenso, molti pizzi sono stati provati e realizzati con la consulenza di artigiani italiani.
Il nuovo abito da battesimo reale, come tutti i bambini reali, ha avuto bisogno di nove mesi per vedere il suo compimento. Il primo ad avere l’onore di indossarlo proprio il fratello più piccolo di quella Louise che ebbe il piacere di essere l’ultima a indossare lo storico e originale abito Honiton oggi parte della Royal Collection custodito presumibilmente a Kensington Palace.

Tra i sei futuri re che vennero battezzati con l’abito da battesimo Honiton un’unica bambina che il 29 Maggio 1926 alla fonte battesimale a Buckingham Palace, accompagnta da mamma Elizabeth e papà Giorgio, prese ufficialmente il nome di Elizabeth Alexandra Mary Windsor, alla storia Elisabetta II, per la sua famiglia e per il suo regno, e non solo per l’Inghilterra, da allora solo Lilibeth.



Bibliografia
Anne Buck, Clothes and the Child, Ruth Bean Publishers, Bedford 1996
Phillis Cunnington, Catherine Lucas, Costume for Birth, Marriages and Deaths, A.&C. Black Publishers, 1972
AA.VV., Enfants de la Renaissance - catalogo mostra Chateau Royal de Blois, Francia 2019
Rosita Levi Pisetzky, Il costume e la moda nella società italiana, Einaudi Editore, Torina 1978
Julia Golding, Kate Hindley, The Queen's Wardrobe, Two Hoots, Dublino 2021
Marcella Terrusi, Il guardaroba favoloso. Moda e costume nella letteratura per l'infanzia, Carocci editore, Roma 2025
www.fioretombolo.net

Cover: Frans Hals (Anversa, Belgio 1580 - Haarlem, Paesi Bassi 1666) Catharina Hooft with her nurse - 1620, olio su tela, particolare - Gemaldegalerie, Berlino







cerca
footer
cookies