12| Il primo abito: la cuffiettaph. Maxine Helfman

04 Settembre 2025

Bambine con cuffietta in velluto di seta liscio, 1969c. - Archivio privato

Cuffietta da vocabolario Treccani
Parola di probabile origine germanica.
Copricapo leggero di lana, tessuto o tela, indossata avvolge la testa sino al collo e viene assicurata sotto il mento a mezzo di due lacci.
Anticamente usata come indumento femminile e maschile soprattutto nei secoli dal XIII al XVI, successivamente rimane come copricapo esclusivamente femminile e per la notte.
Oggi è usata, talvolta al posto del cappello, per i neonati o i bambini molto piccoli.

In botanica cuffia della radice o cuffia radicale : cappuccio di tessuto parenchimatico che protegge l’apice vegetativo della radice.
Cuffia d’arme: antico copricapo militare di maglia metallica avente la forma di una cuffia, veniva portata sotto la celata.
Cuffia da bagno
Cuffia da doccia
Con significato generico di copertura | riparo

Nel guardaroba o cassapanca che fosse, delle neonate e dei nuovi arrivati, oltre alle fasce, ai panni e ai numerosi rettangoli, quadrati e triangoli di lino o cotone, canapa per i meno fortunati, trova il suo spazio un altro di quei capi che vanno a costituire il prezioso guardaroba dell’infanzia dal medioevo in avanti: la cuffietta.
È lì da subito perché gli infanti inizieranno a indossarla a pochi mesi dalla nascita, quando le balie, o chi più comunemente si occupava dei bambini, cominceranno a liberare loro le spalle e i piedi dalla fasciatura più esterna.
Per le femmine sarà un incontro determinante: la cuffia non le abbandonerà per tutto il corso della loro vita, avranno cuffie per ogni momento della loro crescita e per ogni occasione, nell’infanzia come nella maturità, e ogni cuffia per foggia, per colore e tessuto indicherà il loro status: bambina, fanciulla, orfana, ragazza da marito, sposata, madre, anziana, vedova, ne avranno per il battesimo, per il matrimonio così come per il loro funerale, e sempre indicheranno a che livello sociale appartengono.
Così profondamente legata alla testa la custodirà giorno dopo giorno.

Tània Font (Palamos, Girona 1978) Rere les portes - gres e ottone

Testa da vocabolario Treccani
latino tardo cranio testa, in origine conchiglia, guscio, vaso, attraverso un uso metaforico.
Parte del corpo animale in cui si apre la bocca e che contiene il cervello e gli organi di senso specifico; nei vertebrati e nella grande maggioranza degli invertebrati è situata nella parte anteriore del corpo, nell’uomo è il segmento più elevato, situato al di sopra del collo (è sinonimo di capo, ma in varie regioni si usa quasi esclusivamente testa).
Per le locuzioni andare, camminare a testa alta, a testa bassa, piegare, chinare, abbassare la testa, e altre simili, nelle quali il movimento o l’atteggiamento della testa esprime un sentimento o un atteggiamento morale […]. Spesso, come capo, indica solo la parte superiore del cranio, quella normalmente coperta dai capelli.
Molto frequente (e con uso più largo che capo) l’uso figurativo della parola, con riferimento alla testa in quanto sede degli organi preposti alle funzioni intellettive e razionali (sinonimo quindi di mente, cervello): avere in testa qualche cosa o levarselo dalla testa.
In anatomia, nome dato a parti estreme, per lo più di forma tondeggiante, e spesso in posizione prossimale, di organi diversi: la testa del femore
Riferito ad alcune piante, estremità arrotondata, una testa o capo d’aglio
Nella scrittura delle note musicali, la parte circolare del segno, che rappresenta appunto l’altezza della nota
Figurativo: inizio, cioè parte o elemento, punto o momento iniziale

È la parte del corpo più delicata, tonda per antonomasia.
Alla nascita è morbida e il collo non la gestisce con fermezza, è la casa dove risiede il nostro cervello, la camera della nostra intelligenza, il luogo del nostro sentire, della nostra personalità, di quell’io tanto e sempre indagato, il parco giochi dei nostri pensieri, la soffitta dove sono riposti i nostri ricordi.
Detiene l’80% del calore del nostro corpo, proteggerla è un istinto atavico.
Lo sappiamo anche senza il bisogno di alcuna trasmissione orale che lì ci siamo noi, è il simbolo della nostra essenza.
Essendo posta in capo al corpo, è il suo punto più alto, ponte di conseguenza tra il mondo terreno e quello spirituale.
Volendo dunque proseguire e rendere nota quella che è stata la storia dell’abbigliamento legato all’infanzia, da quegli abiti dedicati al bambino che sta in braccio ,dall’annus mirabilis 1000, nel suo guardaroba va contemplata a pieno titolo la cuffietta.
Dal fazzoletto quadrato o tondo, in lino sottile, che si posava in capo, alle femmine così come ai maschi, prima di procedere e affrancare le fasce da fronte e poi quelle da testa quanti pezzi già dedicati alla sua salvaguardia aveva la testa nel Medioevo! Il corredo per la testa prevedeva il fazzoletto, un sottofascia aderente, le fasce per la testa, per la fronte e una cuffietta funzionale ma anche vagamente stylish. La storia del costume, sino ai giorni nostri, elenca una serie infinita di copri capo che da meramente funzionale e essenziale si fa velocemente accessorio alla moda al quale dedicare fogge, tessuti tra i più svariati e preziosi, ricami, pizzi, passamanerie, nastri e non ultimi gioielli.

Costantin Brancusi (Romania 1876 - 1957) Prometheus - marmo bianco, 1911 Philadelphia Museum of Art

La cuffietta è un capo d’abbigliamento dalla forma rotonda, sferica come la testa che la indossa, ad essa è legata così come al suo significato simbolico, al viso che poneva in risalto, alla status della famiglia e di genere, ma come mero accessorio nel suo uso pratico teneva riparata la testa dal freddo come dal caldo, la proteggeva da quelle correnti d’aria così temute dall’uomo medievale e la poneva al riparo da polvere e sporco. Il continuo riferimento al tondo nei diversi impieghi e significati della parola testa porta il pensiero all’arte di Costantin Brancusi agli studi e alle bellissime teste ovoidali ma ancora di più ci riconducono alla fenomenologia del rotondo di Gaston Bachelard, che indica come tutto ciò che è rotondo richiami la carezza. In quel tondo è racchiusa tutta la rotondità del nostro essere, il nostro raccoglierci attorno al nostro essere. E’ per questo che una cuffietta, un semplicissimo accessorio in stoffa, banale nel suo disegno, è sempre sinonimo di cura e di amore, e come per quasi tutto l’abbigliamento, non è mai per caso.

Tra il XVII e XVIII secolo la cuffietta evolve in accessorio complesso, pesantemente decorato con pizzi pregiati, fiocchi in seta, ricami preziosi. In alcuni casi difficile da reggere per una persona piccola e ridicolizzante, questo solo per rispondere al capriccio effimero della moda del momento ma anche e soprattutto per assecondare quel modus dell’adulto di trattare le bambine e i bambini come giocattoli carini.

Le cuffiette ornate con tre o quattro file di pizzo e grandi coccarde, che rivaleggiano in dimensione con il piccolo e caro viso del bambino, sono ora quasi completamente abbandonate per stare in casa, sebbene il povero bambino sia ancora sopraffatto da cuffietta, cappello e piume durante la sua passeggiata quotidiana.

Mrs Merrifield, Dress as a Fine Art, 1854

Ma dal punto di vista della comunicazione silente, del significato sociale, con i suoi volant di pizzo e le coccarde, le piume e i larghi fiocchi e i gioielli, la cuffietta esprime in immagine non solo lo status di infante ma anche quello agiato, nobile e soprattutto potente della sua famiglia.

Giotto di Bondone (Toscana, Italia 1267 - 1337) Visitazione - affresco, Cappella degli Scrovegni, Padova 1306c.

L’uso della cuffia risale all’antico Egitto, era un copricapo quotidianamente indossato sia dalle donne che dagli uomini.
La usavano i greci per necessità di proteggersi dal caldo e dal freddo; per i romani, oltre ad usarne una simile, molto in voga era una semplice reticella la cui funzione era di trattenere i capelli, stesso modello che si trova ancora nel ‘300 in Toscana usato da donne e uomini.
Nel medioevo i bambini maschi la indossavano dalla nascita sino a quell’età detta da bavaglino, restava dunque un accessorio prettamente legato alla prima infanzia, in quel periodo in cui non esisteva alcuna distinzione di genere e femmine e maschi vestivano nello stesso modo.
Le femmine invece la indossavano per tutta la vita: in casa e sotto il cappello quando uscivano, a volte ne indossavano una di foggia molto semplice in tessuto colorato sotto a una in pizzo o organza per metterne in risalto i preziosi ricami o i pizzi. Il suo utilizzo ne dichiarava come già detto lo status: si trattava di infanti, un modo, secondo la società del periodo, di distinguerli dalle bambine e dai bambini più grandi e anche dagli adulti.
Apparteneva nel loro guardaroba alla biancheria da letto andando a aumentarne il numero di pezzi.


Le si trovano citate nei registri della presa in carico degli esposti da parte degli orfanotrofi.
Venivano lasciate nelle ceste, nelle culle, nei fagotti delle bambine e dei bambini appena nati che venivano abbandonati in fasce davanti alla porta di un orfanotrofio o al portone di una chiesa. Facevano parte del loro corredo di abbandono e per questo venivano schedate come proprietà dell’infante all’ingresso, talvolta con qualche fascia di cambio, delle coperte, dei panni da culla, insieme, ma solo per i più fortunati, alle disposizioni del loro mantenimento e a un nome.
Le cuffiette in questi casi avevano un modello molto semplice detto del trovatello, ricavate frettolosamente da qualche avanzo di tessuto, erano per lo più bianche, a volte rosse, come le fasce, in segno augurale, più raramente, se più preziose, nere.
Ricavate da un unico pezzo di tessuto ripiegato sul davanti a creare un bordo nel quale, con una doppia cucitura, far passare un pezzo dello stesso tessuto piegato e ripiegato a formare un nastrino che tirato aggiustasse la cuffietta alla misura della testa del bambino affinché non potesse toglierla e perderla.
Un taglio in sagoma all’altezza della nuca permetteva di assorbire la morbidezzadel tessuto in eccesso con un arricciatura a filza o a piegoline.
Erano lasciate a significare che qualcuno comunque, prima della separazione, spesso forzosa, aveva pensato a loro, alla loro preziosa testa, alla loro essenza.
Un gesto protettivo, amoroso, nella speranza che proteggessero e facendolo, portassero un po’ di fortuna nella vita di chi la cominciava da solo, con ridotte possibilità di sopravvivenza, abbandonato spesso per convenzione sociale, per necessità e non sempre per disamore. Tutto questo a rafforzare quel suo significato generico, da vocabolario, di copertura e riparo.


Due sono i modelli base che attraversano i secoli, di volta in volta, vengono arricchiti a seconda delle mode del momento e come sempre della condizione sociale. Accanto alla cuffietta del trovatello un altro modello semplicissimo nella sua realizzazione prevedeva sempre un unico pezzo di tessuto quadrato ed una sola cucitura nel centro dietro che veniva poi arricciato, creando un gradevole motivo, per una migliore adesione alla piccola testa. La parte davanti veniva lavorata con dei piccoli nastri di pizzo realizzati a ago, inseriti in allungo nel tessuto che ingentilivano e creavano delle piacevoli trasparenze. Una coulisse dello stesso tessuto inserita in una cucitura portava la cuffietta alla giustezza della testa con un arriccio leggero che incorniciava il viso mettendolo in risalto.
A questi due modelli, che percorrono i giorni dell’infanzia sino almeno al XIX secolo, se ne affiancano altri sempre veloci da realizzare, che non prevedevano particolari abilità manuali, economici se si escludono aghi, filo e un pezzo di tessuto qualsiasi con il quale realizzarle.
Nelle classi meno abbienti il modello che andava per la maggiore prevedeva un pezzo di tessuto rettangolare sul quale si praticavano tre o quattro cuciture dove infilare delle coulisse realizzate con lo stesso tessuto, la cuffietta si aggiustava alla misura della testa tirando le coulisse e fermandole, questo permetteva di poter anche allargare la cuffietta in base alle età della bambina o del bambino.
Un modello più complesso che prevedeva maggiori abilità manuali, un impiego di tessuto più alto, di preferenza una batista sottile che per le sue caratteristiche era un tessuto costoso ma offriva la miglior applicazione modello tessuto, e molto più tempo per la realizzazione, prevedeva una lavorazione a cerchio che formava come una piccola corona piatta in cima al capo dalla quale si diramava una arricciatura che ingentiliva tutta l'intera calotta. Mentre sul davanti una serie di coulisse creavano un motivo a nervature, l’ultima delle quali posta a pochi centimetri dal bordo esterno la aggiustava alla misura del capo del bambino creando un piccolo volant a incorniciare il viso.


Essendo un accessorio veramente semplice questi modelli sono sopravvissuti, ripetuti sempre uguali sino appunto al XIX secolo. La vera differenza l’hanno fatta le abilità sartoriali che via via si sono raffinate nel tempo, i nuovi materiali e le tecnologie sempre più avanzate che hanno permesso la realizzazione di tessuti dalle armature complesse, di sempre migliore qualità e spesso preziosi, gli accessori e i dettagli che ulteriormente sono andati ad arricchire i modelli base e a renderli nel risultato finale sempre diversi, elaborati secondo la moda del momento.
Anche la storia della cuffietta è un viaggio attraverso la società e il suo pensiero sull’infanzia:
da accessorio funzionale e di status (medioevo), a coronamento di un’estetica ben precisa e dialogante col mondo (XVII e XVIII secolo), a simbolo di purezza e innocenza (XIX secolo)
a accessorio pratico (XX secolo) sino a capo elegante dallo stile nostalgico di questi primi giorni del XXI secolo.


Superato il ‘600 e il ‘700 che vede cuffiette elaboratissime, come d’altro canto lo era tutto l’abbigliamento dell’infanzia, in miniatura rispetto a quello degli adulti, confezionato proprio per i bambini con una serie di modifiche sartoriali di adattamento che da un certo punto di vista gettano le basi per qualcosa di nuovo, la cuffietta è più che mai particolare, variegata, accessoriata e colorata al solo scopo di essere narrazione pura dell’agiatezza della famiglia.
Il periodo d’oro della cuffietta, così come di molto altro in generale, è il XIX secolo. Momento nella storia dell’uomo in cui si fanno largo nuove forme di pensiero relativo all’infanzia, alla sua educazione, al suo posto e ruolo in famiglia e in società.
Dove l’abbigliamento si spoglia di orpelli di difficile gestione per una persona piccola, prende forme più comode grazie anche ai nuovi sviluppi della medicina e in particolare della pediatria, nonché di tutto il comparto tessile che realizza tessuti più leggeri, traspiranti, facili da lavorare e confortevoli da indossare, certo il jersey, così come lo conosciamo ai giorni nostri, non ha ancora fatto la sua comparsa ma diciamo che per l’infanzia diventa più facile correre e comodo muoversi e giocare.
La cuffietta accompagna con un suo stile il nuovo pensiero che vede l’infanzia avvolta da romanticismo e purezza e anche con qualche forma di eccentricità come ebbe da dire Mrs Merrifield nel suo già citato Dress as a Fine Art. E’ ormai un accessorio che si usa quasi esclusivamente per le passeggiate e comunque quando ci si trova all’esterno mentre in casa nel Regno Unito, per esempio, è uso adottare un fazzoletto di flanella da appoggiare sulla testa del bambino per percorrere i lunghi corridoi da camera a camera e le scale da un piano all’altro, luoghi non riscaldati gelidi d’inverno e troppo freschi d’estate.
Nel tardo Ottocento le cuffie non compaiono più negli elenchi dell’abbigliamento per l’infanzia.


Le collezioni dedicate all’infanzia del ‘900 vedono il proliferare, soprattutto nella seconda parte del secolo, di cappelli e cappellini per l’inverno e per l’estate, ma anche fazzoletti da capo e piccoli foulard di lana stampata, dal modello semplice e funzionale relegando la cuffietta a occasioni d’uso quali battesimo, matrimoni, natale in famiglia o eventi speciali che richiedono un dress code specifico.
Dove resta vivissima la presenza della cuffietta, soprattutto lavorata a maglia, è nel corredino dei nuovi arrivati, in Italia la rivista Mani di Fata aggiunge alle sue pubblicazioni un numero dedicato interamente ai corredini: copri fasce dallo sprone rotondo, ghette e cuffiette lavorate in tondo con punti ajourée spopolano negli anni sessanta del secolo quando ancora la pura lana merinos decatizzata era la materia numero uno per l’infanzia.
In Francia è il dono bonheur, nelle regioni più a nord vengono ancora oggi confezionate su richiesta e nei borghi si possono trovare alcune artigiane che ne espongono degli esemplari pret-à-porter.

In Danimarca agli inizi di questo sorprendente XXI secolo, Marlene Anine Holmboe lancia MarMar Copenhagen, un esempio contemporaneo di come un indumento storico e tradizionale possa essere reinventato, reimmaginato con una collezione di cuffiette nouveau né lavorate a maglia, a mano, con un design classico e pulito, tipicamente nordico, realizzato in lana merinos o cotone biologico.
Un accessorio che unisce comfort, stile e sostenibilità all’insegna della longevità del prodotto, della libertà e del benessere del bambino.
In generale la cuffietta oggi è un accessorio nostalgia che molti brand specializzati nelle collezioni neonato bambina mantengono e ripropongono costantemente con uno stile semplice dal dettaglio ricercato mentre sulle passerelle donna tornano come accessorio da giorno: piccole calottine con un passante da allacciare sotto al mento o per sera e gransera in pizzo ricamato, in strass o ricoperte di fiori in seta e organza, realizzate più per la sfilata che non come referenza alla vendita ma che creano sicuramente e proprio per questo motivo una tendenza di ritorno.

Arrondissement di Bordeaux - Archivio privato


Bibliografia
:
Anne Buck, Clothes and the Child, Ruth Bean Publishers, United Kingdom 1996
Phillis Cunnington & Catherine Lucas, Costume for Births, Marriages & Deaths, Adam & Charles Black, Londra 1972
Phillis Cunnington & Anne Buck, Children’s Costume in England 1300-1900, Adam & Charles Black, Londra 1965
Roberta Orsi Landini, Moda a Firenze e in Toscana nel Trecento, Edizioni Polistampa, Firenze 2019
Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, Bari 2006
Le cuffiette nei libri a figure oggi
Nikolaus Heidelbach, Cosa fanno le bambine?, Donzelli editore, Roma 2010
Anna Castagnoli, Carll Cneut, La voliera d'oro, Topipittori, Milano 2015
Sonja Danowski, Smon Smon, Orecchio Acerbo, Roma 2018

Cover: Maxine Helfman - photographer - maxinehelfam.com











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