9| Il primo abito: le fascecover: Danielle van Zadelhoff , Girl II
24 Aprile 2025
Credo non sia possibile iniziare un racconto attorno agli abiti nelle figure - dove per figure si intendono non solo le illustrazioni ma tutto ciò che riguarda il visivo: dall’arte alla fotografia, dall’illustrazione alla moda e alla fotografia di moda - senza soffermarsi sulla storia del costume ovvero sulla storia dell’abito attraverso il tempo: un altro modo di leggere la storia dell’uomo a partire dalla sua infanzia, al pensiero a lei dedicato, leggendo il suo abito.
E il primo abito del nuovo nato agli inizi del tempo è tutt’altro che comodo!
Non tutte le bambine e i bambini sono figli della matita di Nikolaus Heidelbach*, non tutta l’infanzia ha potuto vestirsi da sola sviluppando un’idea di sé o ha avuto abiti idonei e comodi per curare l’orto o cucinare come nei piccoli libri illustrati da Elena Odriozola*.
L’infanzia a causa dei suoi abiti ha patito pene, superato prove non indifferenti, utilizzato tutte le sue forze per combattere malattie e frustrazione, sino a morirne.
Il suo destino non erano panni comodi, una casa comoda per il proprio corpo, ma una conquista quotidiana il cui fine ultimo era la sopravvivenza: sopravvivere agli abiti a cui era destinata.
Il nuovo nato era libero da contenimenti per pochi attimi alla nascita dopo di che veniva avvolto in strette fasce, quando le potrà lasciare proverà le gioie del busto e mentre per le femmine questo si farà sempre più stretto e alto, sino a morirne, i maschi, ad un tratto, proveranno la pesantezza dell’armatura, inesorabilmente, un pezzo alla volta, giorno dopo giorno, sino a morirne. E questo per molte epoche.
Fasce, camicia, abito battesimale, busto, corazza questo il guardaroba dell’infanzia, tutt’altro che incantevole nonostante le mode del momento, prima di pesanti broccati ricami e gioielli.
L’abito, sin dalla notte dei tempi, è un’architettura che occupa uno spazio, disegna una prospettiva si compone in forme per dar vita a linee precise: a trapezio, a A, a X, a anfora, per citare forse quelle più note, e, aggiungerei a I.
Di quadrati stesi, ripiegati a rettangolo o a triangolo, di rettangoli lunghi e lunghissimi e comunque di pezze, senza tagli sartoriali o pinces, è fatto il primo abito dell’infanzia.
La casa è tranquilla.
Il quartiere, silenzioso.
Il gatto, addormentato.
La gente, occupata nelle sue faccende.
I giorni si susseguono ordinati:
dopo il martedì, viene il mercoledì…
finché non arriva NINO.
Nino, Isol
Nino arriva sulla terra completamente nudo.
Quale abito per le bambine e i bambini di tutti i tempi?
E’ ormai un dato che l’infanzia dal Medioevo non abbia abito specifico alle sue esigenze ma indossi una riproduzione in miniatura degli indumenti portati dalla madre o dal padre, versioni eseguite espressamente per lei ma poco idonee per scelta dei tessuti, foggia, peso, ampiezza e lunghezza, decorazioni e accessori, cosa che la vedrà racchiusa in una forma per lo più scomoda che la impedisce nei movimenti almeno sino alla seconda metà dell’ 800, a parte sporadiche sperimentazioni legate a idee avanguardiste del momento.
Chi nasceva già nell’anno 1000 aveva però un suo vestiario minimo, senza sesso e di fattura semplicissima.
Prima di arrivare all’epoca in cui oltre al suo vestito avrà a disposizione una serie di accessori a corredo, l’infanzia nel corso della storia, ancora prima di scimmiottare l’adulto, ha avuto dei suoi specifici abiti che corrispondevano a due momenti particolari della sua vita: la nascita e il battesimo con il suo primo vestito di circostanza, almeno nei paesi che per culto consacravano il rito.
Di tre capi essenziali era composto questo guardaroba minimo del bambino che sta in braccio e che si differenziava in base all’età, alla fruibilità d’uso e al ceto sociale: le fasce, che facevano parte di quello che poi prenderà il nome di “corredino da letto”, la veste battesimale e una camicina.
Arrivare a poter indossare un camicino sopra le mezze fasce o sotto il primo vestito che avesse il privilegio di essere chiamato tale, comportava aver già lottato per la sopravvivenza, essere passato attraverso un certo disagio fisico, conosciuto il dolore, aver vinto una serie di malanni più o meno gravi caratteristici delle fasciatura ed aver ormai almeno due anni.
Niente pinces per il primo abito, nessuna vestibilità studiata, nessuna lentezza o morbidezza di tessuto ad accompagnare forme e posture: il primo abito delle bambine e dei bambini nuovi nati dell’anno 1000 è composto da quadrati, rettangoli che si dispiegano all’infinito e da triangoli e da un continuo piegare, ripiegare e srotolare che stabilisce la geometria della prima casa del corpo del bambino e la linea a I.
Il Corpus Iuri Civilis promulgato da Giustiniano nel 529 d.c. riconosce alle bambine e ai bambini personalità giuridica il che significa che da quel momento l’infanzia cessa di essere un oggetto di proprietà di cui disporre a piacimento, in una parola il bambino da questo momento non può più, teoricamente, essere buttato via con l’acqua sporca, almeno sulla carta esiste. Ed esistendo ha bisogno di qualcosa con cui vestirsi per appartenere alla società, ai suoi usi e costumi.
L’abito dell’infanzia necessita sicuramente dell’epoca moderna, quindi del XIX secolo, per connotarsi come tale ovvero l’abito di un bambino e dirsi vagamente comodo sebbene con ancora alcune migliorie da apportare, fondamentali e auspicabili soprattutto per quanto riguarda l’abito femminile. Migliorie non da poco se si considera che avrebbero dovuto corrispondere a caratteristiche fisiche specifiche per uno sviluppo corretto.
Passato il tempo della fasciatura, intorno ai due anni, le bambine e i bambini sopravvissuti si vedevano indossare il terzo capo della storia del loro costume: una camicia, indumento base, per chi se lo poteva permettere, del vestiario sino all’epoca moderna per l’infanzia come per gli adulti, per le femmine come per i maschi.
Accanto cuffiette semplici, copertine e panni di diverso spessore e grandezza erano gli indumenti con i quali venivano accuditi e, di sovente, abbandonati.
La fasciatura, prima casa poco confortevole del corpo dell’infanzia, ha origine già nell’antica Roma a partire dal II secolo d.c. e come prassi perdura sino agli anni cinquanta del XX secolo con poche varianti legate a usi e costumi regionali.
Questo infelice ha appena visto la luce che immediatamente legature e fasce gli si stringono intorno per fargli ben capire che è entrato in una prigione. Solo gli occhi e la bocca rimangono liberi per il loro compito, che del resto non è se non di piangere o di gridare. E anche se un figlio di re o d’imperatore è circondato da qualche cura maggiore, la sua sorte non è molto diversa. Vive legato mani e piedi, povero animale gemente, inaugurando così una vita di tormenti, per la sola colpa di essere nato.
Guglielmo di Saint Thierry (1085-1148 monaco e teologo)
Nel medioevo, e così per molti secoli a venire, al venire al mondo corrispondeva un cerimoniale che comprendeva: l’essere sculacciato, il bagnetto e la fasciatura.
La bambina o il bambino appena nati venivano percossi con determinazione dalla levatrice affinché lanciassero il loro primo vagito, necessario e atteso in quanto il pianto garantiva l’ immissione di aria, allargava i polmoni, evitava il rischio che il bambino diventasse cianotico e magari morisse soffocato, ne garantiva insomma lo stato di salute almeno in quel momento specifico.
Dalle braccia della levatrice alle mani di una ancella, della nonna o della mamma, la bambina o il bambino nuovo nato si apprestavano ad avere il primo ingannevole incontro con un tessuto ben diverso da quello umano conosciuto sino ad ora: un manufatto, un tessuto di trama e ordito finissimo, lavorato a telaio a mano in morbida e leggera flanella o in lino sottile. Il primo rettangolo che li accoglie per essere frizionati, puliti, coccolati e mantenuti al caldo è detto “ricevitore” proprio per il compito che svolge di accogliere e avvolgere il nuovo nato.
A quel punto leggermente cullati i piccoli erano pronti per essere immersi in una grande conca e ricevere il primo bagno, a volte in acqua e sale, per ripulire bene la pelle, disinfettare e aprire meglio le vie respiratorie.
L’asciugatura era un’operazione che doveva essere eseguita con molta attenzione: i bambini dovevano essere perfettamente asciutti, la loro pelle priva di umidità, sin dentro alle pieghe, negli angoli delle leve, tra le dita di piedi e mani, nei genitali, dietro le orecchie, prima di passare nelle mani della balia.
Arrivato qui, il bambino aveva già esaurito il tempo che gli regalava la possibilità di muovere gambe, braccia e testa, il piccolo e morbido corpo del bambino subiva il secondo maltrattamento socialmente accettato e giustificato: la fasciatura.
Si riteneva che solo una stretta fasciatura lo facesse crescere diritto e forte come una piantina.
La prima casa del corpo dell’infanzia non è un bozzolo dal quale si svilupperà una meravigliosa creatura, non sempre almeno. La prima casa di questo corpo dalla pelle delicata, dalle ossa flessibili e morbide, dalle carni tenere è un luogo di costrizione, di pena, di facile putrefazione.
Non legar troppo stretto , acciocché poi
non pianga troppo, o altro mal non aggia.
Né ancor lente, sicché poi traesse
di fuor le braccia a grattarsi gli occhiFrancesco da Barberino (1264-1348)
Concluso il bagno, la balia o la stessa mamma, seduta a terra, posava sulle sue gambe ben stese in avanti, il rotolo svolto delle fasce, una benda lunga circa due metri dell’altezza di 7/10 centimetri. Vi adagiava poi sopra un cuscino non troppo imbottito ma morbido che successivamente ha preso il nome di letto, sopra il quale veniva adagiato un rettangolo di tessuto di lana per tener caldo il neonato e un lenzuolino di cotone o di lino per non irritarne la delicata pelle.
Ad un’altezza che poteva corrispondere alla vita del neonato veniva posta una fascia più alta che serviva, secondo le credenze dell’epoca, a sostenere la schiena e trattenere le braccia. In epoca moderna e per buona parte del ‘900 soprattutto in alcune regioni d’Italia, questa fascia recava in un angolo le iniziali del padre, e solo quelle del padre, e spesso vi veniva infilata, tra uno giro e l’altro, un’ immaginetta votiva con funzione protettiva.
A questo punto la balia, o la mamma, era pronta ad accogliere il fortunato neonato che posizionava allungato sulle sue gambe, con la testa vicino ai suoi piedi in modo da poterlo guardare in viso. Come prima cosa ne raddrizzava la testa, ne stendeva bene gli arti che dovevano essere allungati al massimo dell’estensione possibile e diritti, procedeva poi a mettere in bella posa piedi, mani e braccia affinché una volta sfasciato potesse avere un aspetto grazioso non solo nel viso ma anche nelle fattezze cosa che ben si addiceva a una persona piccola, malformandola a vita. Usanza che trovò nel ‘700 le applicazioni più bizzarre soprattutto per quel che riguarda la posizione del corpo delle bambine che, una volta sfasciate, riscontravano difficoltà nel camminare e nel correre, nel reggere oggetti in mano, e da giovinette nell’ avere bambini, sopportando dolori ossei e posturali a vita.
Fatto questo si procedeva ad avvolgere attorno al bambino la fascia in vita; ad usare una o due pezze rettangolari corte come pannolino o un quadrato di lino piegato in doppio, a risvoltare il panno rettangolare sul quale il bambino era adagiato all’altezza dei piedi rimboccandolo sotto o sopra proprio come si fa con una coperta e successivamente si iniziava la fasciatura vera e propria dal petto ai piedi e ritorno. La fasciatura poteva essere eseguita a linee incrociate, che permetteva maggior elasticità al tessuto e possibilità, seppure minima, di movimento per il piccolo, o a fascia continua, detta anche a spirale, la più usata nell’Italia medievale.
In alcune culture si usava poi, a operazione completata, avvolgere in un ulteriore telo il bambino ormai irrigidito comprendendo questa volta anche la testa. In altre, e con il procedere del tempo, il capo godeva di attenzioni tutte sue: si procedeva a ripiegare a triangolo un quadrato di lino atto a tenere fresca, per così dire, la testa, una volta ben posizionato sulla testa del neonato si procedeva a fasciarla con due fasce più basse e in lana la più esterna delle quali aveva due lembi lunghi che venivano incrociati sul petto e fissati con una spilla da balia. Le fasce da testa, così chiamate, avevano la funzione di tenere diritto collo e testa, di impedirne la rotazione in ogni senso e di completare la linea a I.
Nel frattempo era passata oltre un’ora dall’inizio dell’operazione e nessuno poteva garantire che il nuovo nato non avesse fatto almeno pipì.
Le fasce potevano essere di canapa, quindi di colore scuro, semplici e, purtroppo per il bambino, non tanto morbide se il nascituro era nato in una famiglia povera o contadina, di lino o di cotone per cui bianche, bianche e rosse o rosse, se nato in una famiglia aristocratica.
Potevano essere delle semplici fasce quelle direttamente a contatto con la pelle mentre per lo strato più esterno potevano essere ornate con una puntina in pizzo o un gigliuccio a ago eseguito a mano; bordate per tutta la loro lunghezza e sui due lati lunghi con un pizzo basso e morbido; impreziosite con un nastro rosso o anche interamente di pizzo sempre in base alla posizione sociale.
Così abbigliata l’infanzia veniva posata in culla e coperta con un tessuto detto panno portante che serviva a portare il bambino nelle braccia della mamma, per esempio, prenderlo per allattarlo o per presentarlo in società. Una volta in culla i piccoli dovevano pensare a sopravvivere per almeno sette mesi prima che gli venissero liberate le braccia e sfasciati i piedi, che però rimanevano coperti dal panno-letto. Potendo muovere solo gli occhi, il tempo passava a cercare di non morire di dolore per piaghe, bruciori, prurito; a tener a bada la noia nell’unica posizione che potevano assumere: supina e dritti come dei fusi, pensava un piccolo spicchio di soffitto, mentre attorno alla loro culla si svolgeva la vita medievale con i suoi profumi, odori e faccende.
Era uso comune, a quei tempi, praticare la pedagogia dello spavento affinchè i bambini smettessero di piangere o lamentarsi. Un bebè non aveva che il suo pianto per manifestare il proprio dissenso ma soprattutto il proprio dolore, se era stato prima ben nutrito. E quando questo pianto diveniva insopportabile per gli abitanti della stanza, veniva preso dalla sua balia e legato a un asse di legno con due cinghie di cuoio e poi appeso a un grosso chiodo sul muro. In questo modo, cambiando prospettiva, alcuni di loro si calmavano o stremati e spaventati smettevano comunque di piangere.
Questo dava agio alle orecchie di tutti di rasserenarsi e alla balia di continuare nelle sue attività.
Altrimenti, per procurar loro un gran spavento li si affidava alle giovanette che in giardino li usavano come una palla lanciandoli da una all’altra. Il volo ovviamente era terrorizzante, il pianto si interrompeva e se il bambino atterrava nelle braccia di una sorella più grande poteva dirsi fortunato, altrimenti...
E questo solo per raccontare della meraviglia del venire al mondo, della bellezza dell’essere accuditi, di abiti e bambini attorno all'anno 1000 a.c.
Piccola nota ora sul contemporaneo: c'è stata negli anni una breve finestra che ha visto lasciare le fasce a favore di una maggiore libertà di movimento per il bambino e maggior contatto fisico tra lui e chi lo accudisce.
Nel 2005 Magazzini Salani traduce Baby-gami. Fagotti e marsupi per principianti dell'americana Andrea Sarvady, scrittrice e educatrice. Il neologismo, secondo chi scrive e promuove il libro, mette in comunicazione due antiche arti che richiedono pazienza e cura: l'antica arte del piegare la carta, l'origami, e la più antica pratica della fasciatura dei neonati. Le fotografie di Bill Milne illustrano poi passo dopo passo la pratica del fare dei bambini un fagotto e l'editore specifica in una nota che il libro contiene idee e opinioni del solo autore, ed è pensato per fornire informazioni utili e possibilmente divertenti a genitori in cerca di suggerimenti su come calmare i propri bambini infagottandoli e termina sottolineando in stampato maiuscolo che editore, autore, ideatore e redattore declinano ogni responsabilità per ogni danno, perdita o lesione, che può derivare dall'uso, corretto o scorretto, delle informazioni contenute nel libro.
A distanza di 20 anni i social sono invasi da reel di bambini bloccati da alte fasce chiuse da rigide parti in velcro e successivamente infagottati in panni variamente assortiti.
La mia metodologia di lavoro, basata principalmente sullo studio dell'abito nelle figure, ha come prassi un'attenta analisi delle parole, astenendomi da qualsiasi giudizio quindi riporto da vocabolario Treccani:
Fagòtto s.m. forse affine al greco fascio, fastello
1. involto di roba piuttosto grosso e fatto alla meglio, ingombrante
2. fig. spreg. persona goffa nel vestire e nel portamento | per ingiuria: fagotto di panni sporchi
Il diminutivo di questa parola che non ha eccezioni positive è fagottino ovvero qualcosa che si può gustare, assaporare, mangiare.
Se guardiamo poi l'accrescitivo parliamo di fagottone, peggiorativo fagottaccio
. . .
*Nikolaus Heidelbach, Cosa fanno le bambine? , Gli albi della Ciopi, Logos 2025
Nikolaus Heidelbach, Cosa fanno i bambini? , Gli albi della Ciopi, Logos 2025
*Elena Odriozola, Io so vestirmi da sola, Lupoguido 2023
Elena Odriozola, Io so fare l'orto, Lupoguido 2023
Elena Odriozola, Io so prepararmi la colazione,, Lupoguido 2023
Rosita Levi Pisetzky, Il costume e la moda nella società italiana, Einaudi Editore, Torino 1978
Chiara Frugoni, Vivere nel Medioevo. Donne, uomini e soprattutto bambini, Il Mulino, Bologna 2017
Maria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo, Il Mulino, Bologna 2022
Anne Buck, Clothes and theChild, Ruth Bean Publishers, Bedford 1996
Cover: Danielle van Zadelhoff (Amsterdam 1963) fotografa: Girl II, 2016