23 Aprile 2025

Per mille camicette al giorno Serena Ballista & Sonia Maria Luce Possentini

Serena Ballista, Sonia Maria Luce Possentini, Per millecamicette, Orecchio Acerbo, Roma 2024

Per mille camicette al giorno, il testo di Serena Ballista le illustrazioni di Sonia Maria Luce Possentini pubblicato da Orecchio Acerbo, è uno tra i vincitori del Bologna Ragazzi Award, o BRAW, 2025 assegnato dalla Bologna Children’s Book Fair ai libri a figure più belli e innovativi a livello internazionale. Questa la motivazione della giuria:

Un racconto storico profondamente emozionante e personale del più grave incidente industriale di New York. Una narrazione evocativa che utilizza il capo di abbigliamento come voce narrante per guidare il lettore attraverso temi come la migrazione, i diritti dei lavoratori, l'oppressione delle donne e lo sfruttamento del capitale umano. L'immagine di copertina altamente espressiva, unita a un titolo toccante, cattura l'attenzione del lettore. Le illustrazioni combinano testimonianze dirette, riferimenti d'archivio e sfruttano il formato a metà tra il romanzo grafico e l'albo illustrato. L'uso di immagini monocromatiche ed espressive comunica in modo potente la tragicità e il dolore del tema trattato, trasformandosi in una splendida dedica alla nostra eroina, Rose.

Sin dalla notte dei tempi, a partire dal primo vagito, la camicia fa parte di quell’esiguo corredino, diremmo oggi, della nuova persona, seconda solo alle fasce.
Una camicia che agli inizi aveva la funzione di porsi tra la pelle e qualcosa d’altro, lino, cotone, panno o lana a scopo protettivo.
Una camicia che diceva chi eri, se l’avevi. Un capo d’abbigliamento che ti accompagnava nella crescita e per tutta la vita, se l’avevi, sotto ad altro.
Sino a che, nel corso della storia da capo da sotto diviene a tutti gli effetti un capo d’abbigliamento che le donne adottano velocemente, e soprattutto le donne lavoratrici, perché era e ancora è, un capo facile. Facile da indossare perché completamente apribile, facile perché corto, realizzato in tessuti semplici da manutenere, veloce da lavare e da asciugare, leggero, indossabile senza giacca, velocemente infilato nella gonna con uno scialle sulle spalle, ordinato e elegante anche quando non ricco.
Coco Chanel ne rese più pratiche le maniche per renderlo più usufruibile dalle donne che, dopo la guerra, quelle maniche dovevano rimboccarsele in tutti i sensi.
Una camicia semplice è composta da circa sedici,venti pezzi tra tessuto e adesivi, in una camicia impreziosita da cuciture, trine, pieghettature ve ne sono molti di più, cucirla richiede numerosi passaggi.
Produrne mille al giorno vuol dire avere molte donne in catena e nel 1911, anno in cui questa storia viene narrata proprio da una camicetta, significa: bambine a infilare aghi, uomini al taglio, giovani donne e donne chine da mattina a sera, per circa nove ore giorno e sette al sabato, sulla Singer, l’occhiellatrice e poi ad attaccar bottoni ma senza parlare, per 6, 7 dollari settimana.

Ne produceva mille al giorno, tale era la richiesta del mercato, di quelle camicette così alla moda, le shirtwaist come si chiamavano, la Triangle Shirtwaist Factory tra l’ottavo e il decimo piano dell’Asch Building a New York, impiegando giovani donne per lo più immigrate dalla Germania, dall’Italia e dall’Europa dell’est, arrivate in America dopo viaggi al limite della sopravvivenza nella speranza di trovare un futuro diverso, migliore rispetto a quello che si lasciavano alle spalle. Come Clotilde, siciliana, partita da Licata, passata per Napoli e arrivata a New York. E mentre in Italia Rosa Genoni in quegli anni lotta per istituire un’associazione di categoria tutta al femminile, dove ogni donna impiegata possa avere diritti e possibilità di mantenersi come di fare carriera, a New York altre Rose si battevano per i diritti delle donne lavoratrici, per non essere solo capitale umano ma persone che oltre al pane desideravano, e ora pretendevano, un po’ di meraviglia, uno spazio di vita, per così dire delle rose. Diritti al pari dei doveri.
Una scintilla, racconta la voce narrante, forse partita da una Singer in surriscaldamento o, chissà, dal sigaro di un tagliatore, manda in fumo i sogni, vanifica il viaggio, il lavoro duro, arresta quel futuro tanto sognato.
Nell’incendio alla Triangle Shirtwaist Factory il 25 marzo del 1911 morirono 129 tra bambine, giovani donne e donne e 23 uomini su 500 lavoratrici e lavoratori.
Le porte dei piani sprangate, la scala di sicurezza pericolante, tessuti infiammabili appoggiati in ogni dove, ritagli sparsi sul pavimento, illuminazione a gas e solo dei secchi d’acqua per spegnere eventuali focolai trasformano in pochi minuti, diciotto pare, il laboratorio in una trappola, unica via di fuga le finestre. A decine, infuocate, si lanciarono nel vuoto e come comete si spensero sui marciapiedi di una frenetica New York.
Lo scandalo e lo sgomento dell’opinione pubblica portarono a fare un passo avanti nel promulgare leggi e regole ben precise sulla sicurezza sul lavoro.
L’8 Marzo, nella giornata internazionale dedicata alla donna e sempre in ogni altro giorno di ogni anno si commemorano queste e le altre morti sul posto di lavoro.

Serena Ballista, Sonia Maria Luce Possentini, Per millecamicette, Orecchio Acerbo, Roma 2024

Accanto al racconto di una camicetta ormai anziana che vide la luce proprio all’ottavo piano della Triangle Shirtwaist Factory a cui Serena Ballista dona la voce, la ricostruzione storica delle illustrazioni di Sonia Maria Luce Possentini, Premio Andersen 2017 come miglior illustratrice.
Un tocco di pallido rosa per l’incarnato di Clotilde, sfumature di rosso per le rose, ma per lo più il libro sfuma al grigio, in molte delle tonalità che il colore può assumere, con profondità differenti sino al nero. Il grigio delle città come le si raccontava allora tra il fumo del carbone e la polvere delle strade. Il grigio di un’esistenza ai limiti della sopportabilità umana, di una psicologia schiacciata dal sapere di essere solo, appunto, capitale umano, risorsa nel contemporaneo.
Il grigio di una storia che di grigi ne ha, nella realtà, avuti molti.
Un grigio che passa e si ferma sul costume del tempo: sugli scialli lavorati a punto rete, realizzati a mano la sera e la notte per preservare le spalle dai primi freddi e evitare malanni, un capo facile per così dire, di facile realizzazione con poca spesa e di lunga durata. Grigio sulle camicette mai perfettamente bianche delle operaie perché stese sui tetti vicine ai camini; appese ai fili da palazzo a palazzo esposte alla polvere delle strade; o banalmente perché usurate dal tempo. Grigi i grembiuli affaticati come i visi di chi li indossa senza quasi mai toglierli.
Fotografie di bambine che con i capelli raccolti in quello che resta il simbolo dell’infanzia, la treccia, imparano un lavoro seguite da una donna più grande, una bambina abbandonata alla sedia mentre infila sotto l’occhiellatrice l’ennesimo cannoncino sul quale eseguire perfettamente gli occhielli.
Un’infinità di piccoli cappelli dalla tesa minima in vogo a quei tempi, alcuni ornati di piume o di fiori, altri solo con un nastro a contrasto, a rappresentarne 20.000 in corteo per i diritti delle donne lavoratrici.
Nulla nel lavoro di Sonia Maria Luce Possentini è disattento o lasciato alla banalità del sentito dire, tanto meno l’enorme stanchezza e la grande disperazione concentrate nel gesto di quella giovane donna, poco più che bambina in realtà, affidato alla copertina.

Per mille camicette al giorno
testo Serena Ballista
illustrazioni Sonia Maria Luce Possentini
edito orecchio acerbo, Roma 2024
euro 17,00


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