25 Marzo 2021

Vittoria Facchini, (ma) basta la parola?, 160 cartoline dall'azzurro alla zebra, Scalza 115/160, 2006

Al principio era il piede.
s.m. dal latino pes pedis
ultima parte dell’arto inferiore o posteriore.
Parte del corpo a cui è affidata la terra, ancora della realtà.
Sostengono il corpo, piedestallo dell’essere umano, sono le sue le radici.
Parte del corpo diametralmente opposta alla testa.

[da Vocabolario Treccani]

Gioconda Belli, Alicia Baladan, La prima risata, Topipittori, Milano 2017


Avere i piedi, poter stare sui propri piedi in posizione eretta, camminare. Con i piedi nudi avere percezione della terra alla quale un giorno si tornerà, sentirla come ad indicare il cammino. Poter far esperienza di superfici come di difficoltà ma anche di emozioni, percepirne la linfa, esserne parte.
Avere contatto col terreno come con la realtà: avere piedi sani, stare eretti, camminare, lavorare, avere una posizione sociale e in quella essere riconosciuti, esistere, poter stare non ai margini, non medicare, non essere tra i reietti. 

Bruno Munari, Immagini della realtà, Corraini Edizioni, 2019 


Al principio i più erano scalzi: non avere le scarpe era del povero oltre ogni misura, ma decidere di andare scalzi era ritenuto nel Medioevo segno di grande umiltà, Gesù proceva scalzo. Scalzare, ovvero togliere le scarpe, privare una persona delle proprie scarpe era un sommo gesto di umiliazione che metteva lo scalzo nella condizione di perdere la propria posizione sociale e la propria autorità. Ai nobili era preclusa la possibilità quindi di sfilarsi le scarpe in pubblico ma in segno di devozione potevano procedere a piedi nudi con le scarpe in mano: che tutti vedessero che ancora le possedevano. 
I meno dunque le possedevano e i maschi soprattutto stivali.  Non che si potesse dire che fossero comode nè per correre nè per camminare e forse neppure per ballare,  ma il piede ne era certo protetto con enormi vantaggi non ultimi quelli di salute. Poi una femmina una notte ne smarrì una...fine di una fiaba inizio di tutt'altra storia.

John Brewater Jr. (America 1766-1854) One shoe off, 1807, Fenimore Art Museum
C. Dreyfuss, E. Zuber, Chi ha preso le mie scarpe?, Giralangolo editore, 2013; V. Facchini, (ma) basta la parola?, Officina Blu edizioni, 2006

E procedere con una scarpa sola non era elegante, la zoppia era beneficio dei poveri e dei reietti, non permetteva un incedere grazioso, non era un piacere per gli occhi e come tutte le cose che non lo erano era considerata una sfortuna, un maleficio, e dal difetto alla persona il passo è breve. Quella femmina va da sé andava cercata, trovata e resa nobile. Camicia e scarpe ai tempi e per lunghi tempi potevano fare la differenza. Chi procede calzando una sola scarpa con l’altro piede tocca terra, logora le sue calze o le sue bende, lorda la sua estremità, la insudicia e maleodora, la ferisce e incallisce. Chi procede in questo modo sta a cavallo di due mondi quello dei vivi e quello dei morti. Perdere una scarpa, privarsi di un prezioso calzare qualsiasi esso sia, anche solo una suola di pelle, denota sciatteria, foga nei movimenti e sicuramente trascuratezza. 
Dove l’infanzia dunque col suo grado di irrequietezza, malevolezza, follia?

Nicola Marshall (Germania 1829- America 1917) Young Girl with cat, 1859


Nel dipinto Nicola Marshall non a caso affianca alla bambina, che nel gioco vivace si è scomposta: l’abito lascia nuda una spalla e le si sono sfilate sia una scarpa che una calza, un gatto. Il piccolo animale che ha in sé una duplice anima, quella della tigre e quella del docile e tenero micino,  quindi già simbolicamente un essere doppio con tutto ciò che comporta, assume qui un alto valore simbolico a rafforzare quanto si credeva nel lontano, all’epoca del dipinto, Medioevo. Alla duplicità dell'infanzia angelica e demoniaca allo stesso tempo, capace di passare in un attimo attraverso mondi opposti così come le credenze vogliono il gatto saper passare da mondo dei vivi a quello dei morti, dal giorno alla notte. Dall’essere adorabile all’essere demoniaca e incomprensibile, un  attimo prima pensi di conoscerle quelle adorabili creature e un attimo dopo...tutto a sottolineare quella foga e quella trascuratezza dell’infanzia così come dei reietti, di chi vive ai bordi, o dei folli. 

C.Dreyfuss, E. Zuber,Chi ha preso le mie scarpe?, Giralangolo editore 2013; V. Facchini, Zampee Ma... da  (ma) basta la parola?, Officina Blu edizioni, 2006; Teresa Sdralevich, The Polish Shoes, La Grande Illusion, 2015 


Le scarpe determinano la postura di colei o colui che le calza: perfettamente diritta, con il baricentro spostato in avanti, appoggiata sui talloni.
Da qui e dalla qualità della scarpa la possibilità di camminare piano, di buon passo o di correre. 
Una signora non è considerata tale se ha scarpe impolverate da un lungo camminare e una bambina non è una brava bambina se non le indossa entrambe, in ordine, ben spazzolate e lucide.

Joelle Jolivet, Costumes, Les Grandes Personnes 2013


Al principio era il piede. Nudo. Poi venne il suo abito
Scarpa s.f. forse dal germanico skarpa tasca di pelle
la scarpa è quindi la tasca del piede
la tasca è il luogo dove si custodiscono piccoli oggetti raccolti perchè trovati sui propri passi, la polvere e le briciole. 
E' un luogo la tasca, caldo e di cura: vi si ripongono e custodiscono piccole cose, a volte ad uso personale, preziose comunque agli occhi e alle mani, belle da portare con sè e da accarezzare con le mani dall'interno o consolarli, rassicurarli rassicurandoci, con un tocco lieve dall'esterno. 
E' come una mandorla il piede tanto è prezioso e la scarpa il suo guscio.

L'uomo, l'animale, la mandorla, tutti trovano il massimo riposo in un guscio. I valori del riposo comandano tutte queste immagini.

Gaston Bachelard, La poetica dell spazio, edizioni Dedalo, Bari 2006

Una scarpa per poter correre, non ferirsi, non scivolare, per camminare a lungo su qualsiasi terreno, lungo, in ogni stagione e per poter svolgere un lavoro, cacciare per esempio, rompere il riccio delle castagne, calpestare la terra dopo averla seminata..
Ma anche per sentirsi affascinanti, per conquistare, per stare comodi e a volte anche molto scomodi e dolenti. 
Per avere un piedestallo. Scarpe da assaggiare, con cui giocare, da provare: infilare, sfilare, calzare scalzare.
Scarpe da lanciare e da perdere, per sentire il suono dei propri passi, scarpe per annunciarsi. Scarpe per lasciare la proopria impronta, evidenziare il passaggio, lasciare traccia, il proprio segno.
Scarpe per sembrare chissà chi: calzare le scarpe altrui, entrare nei suoi passi, sentire il suo calore, avere percezione di una forma altra da sè, sentirne il peso, la grandezza, sentirla viva. 
Scarpe che attendono...
Le scarpe sono quindi il rifugio del piede, luogo che accoglie la trasformazione, che riguarda la fenomenologia dell'uscire, della bellezza che si ripresenta ogni volta, della metamorfosi e della protezione. 
La scarpa è la casa del piede.

Shireley Baker (Salford 1932), Manchestern anni '60








cover: Jessie Willcox Smith, Girl on Swing, Good Housekeeping Magazine




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